Il lancio del Falcon 9. A bordo c'è la capsula Dragon, con la prima 'casa' spaziale gonfiabile (fonte: NASA TV)
E’ stata lanciata la capsula Dragon, a bordo della quale si trova la prima ‘casa gonfiabile’ spaziale, prototipo di future basi lunari o marziane. Il lancio è avvenuto dalla base dell'Aeronautica militare statunitense a Cape Canaveral con il razzo Falcon 9 costruito, come Dragon, dall’azienda privata Space X. A bordo della capsula ci sono anche 3 tonnellate tra rifornimenti, pezzi di ricambio e materiali per gli esperimenti.
La casa gonfiabile, costruita dall'azienda Bigelow Aerospace, si chiama Beam (Bigelow Expandable Activity Module) ed è destinata a verificare la fattibilità della costruzione di future basi gonfiabili per future colonie umane sulla Luna e su Marte.
L'arrivo di Dragon alla Stazione Spaziale è previsto domenica 10 aprile. Gli astronauti Jeff Williams della Nasa e Tim Peake dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) cattureranno la capsula con il braccio robotico della stazione orbitale e la agganceranno alla parte inferiore del modulo Harmony. Sempre il braccio robotico aggancerà il modulo gonfiabile Beam al Nodo 3 (Tranquility).
Non appena il modulo sarà gonfiato il suo volume aumenterà a 16 metri cubi (l'equivalente di una tenda da campeggio) e gli astronauti sperimenteranno la vita al suo interno, anche se ogni per periodi molto brevi: alcune ore, tre o quattro volte all'anno, per recuperare i dati forniti dai sensori che permetteranno di valutare le condizioni del modulo. I test psaranno condotti nel corso dei prossimi due anni, come prevede il contratto fra la Bigelow Aerospace e la Nasa.
RICREARE le condizioni dello spazio interstellare agli albori del Sistema solare, e ottenere in laboratorio i "mattoni" della vita. Zuccheri, come il ribosio, indispensabili alla formazione delle molecole biologiche come il "braccio destro" del Dna, l'Rna. C'è riuscita un'équipe coordinata daCornelia Meinert, dell'università di Nizza Sophia-Antipolise delCentro nazionale francese per la ricerca (Cnrs), e i risultati del lavoro sono descritti suScience. Un traguardo che dovrebbe rendere più semplice la ricerca di molecole organiche nelle comete delle quali sono stati raccolti dei campioni, come Wild-2, e analizzare i dati relativi allacometa 7P/Churyumov-Gerasimenkodella missione europea Rosetta.
"L'esperimento conferma che i corpi celesti come le comete non sono semplici trasportatori di molecole, ma delle vere e proprie fabbriche chimiche in grado di produrle nelle più svariate condizioni sperimentali" ha osservato il chimico organico Raffaele Saladino, dell'università della Tuscia.
I ricercatori hanno dunque simulato le condizioni presenti mentre il Sistema solare stava nascendo, quando i grani di ghiaccio e polveri non si erano ancora aggregati fra loro per formare i nuclei delle comete, ed erano costantemente bombardati dai raggi ultravioletti prodotti dal giovanissimo Sole. Per ottenere in laboratorio i grani ghiacciati delle comete i ricercatori hanno usato una miscela di acqua, metanolo e ammoniaca e l'hanno fatta congelare alla temperatura di circa 200 gradi sotto lo zero.
Quando i grani sono stati bombardati con i fasci ultravioletti, prodotti dalsincrotrone francese Soleil, si è formato
un composto organico ricco di zuccheri. Fra questi, oltre al ribosio, molti zuccheri coinvolti nella produzione di energia nelle cellule vegetali e animali. Secondo Saladino, il test è interessante soprattutto per l'origine dell'apparato che assicura il carburante alle cellule.
E' prevista per il 14 marzo la partenza della missione europea ExoMars 2016 che porterà sul Pianeta Rosso un orbiter, destinato a studiare i gas atmosferici a caccia di tracce di attività biologica, e il modulo Schiaparelli, di costruzione italiana, che sperimenterà le tecnologie di discesa e atterraggio in vista dell'invio di un rover nel 2018.
E' al via il programma europeo di esplorazione marziana ExoMars, realizzatto dall'ESA (Agenzia spaziale europea) in collaborazione con l'Agenzia spaziale russa e con un contributo italiano di primissimo piano. "Exomars - ha ricordato infatti Roberto Battiston, presidente dell'Agenzia spaziale italiana (ASI) - è un punto di svolta per l’esplorazione europea dello spazio e non a caso è una missione dove l’Italia ha la premiership, in termini industriali, scientifici e finanziari." Il programma - che è composto da due missioni. Exomars 2016 ed Exomars 2018 - è la seconda grande impresa di esplorazione marziana dell'ESA dopo Mars Express, lanciato nel 2003 e ancora operativo.
L’eclissi totale di Sole ha mantenuto le promesse, offrendo uno spettacolo unico. E’ stata visibile soltanto sul Pacifico e le prime immagini sono straordinarie. In Indonesia e sulla zona centrale del Pacifico il disco del Sole è stato gradualmente oscurato poco dopo il suo sorgere dalla prima superluna del 2016, e gradualmente è stata raggiunta la totalità, durata oltre quattro minuti. L’eclissi è stata invece parziale sull’Indonesia fino a gran parte dell’Asia sud-orientale e dell’Australia. Su gran parte dell’India e sul Nepal il Sole è sorto già parzialmente eclissato.
L'evento ha richiamato anche l'attenzione degli astronomi, per i quali è l'occasione per studiare la corona solare, ossia la parte più interna dell'esuberante atmosfera della nostra stella.
Per alcuni ricercatori l'eclissi è stata l'occasione per condurre esperimenti altrimenti impossibili. E' il caso di Nelson Reginald, del Centro Goddard della Nasa, che ha voluto sfruttare l'osservazione della corona solare per studiare fenomeni ancora misteriosi, come i meccanismi che accelerano il vento solare, ossia il flusso di particelle scagliate nello spazio, e l'origine delle 'nubi' esplosive di materia chiamate espulsioni di massa coronali. .
Numerosi anche gli astrofili che hanno voluto godersi lo spettacolo in diretta. “Si è potuto assistere a un’eclisse semplicemente meravigliosa con i tre momenti che la caratterizzano: l’anello di diamante prima della totalità, ossia l’ultimo raggio di Sole prima dell’oscurità totale, la fase della totalità, ossia il buio completo, e l’anello di diamante dopo la totalità, il primo raggio di sole che appare immediatamente dopo la totalità”, racconta dal Borneo Marzio Lauto, vicepresidente dell’associazione Stella Errante, che ha organizzato il viaggio con l’Osservatorio Polifunzionale del Chianti, l’Osservatorio Astronomico di Acquaviva delle Fonti e la società Telescopi Italiani. Il cielo poco nuvoloso, ha aggiunto, ha reso lo spettacolo ancora più suggestivo.
Per l'appuntamento con la prossima eclissi totale di Sole si dovrà aspettare oltre un anno, fino al 21 agosto 2017.
Sulla Terra la polvere proveniente dall'antichissima esplosione di una stella (fonte: NASA/ESA/JHU/R.Sankrit & W.Blair)
La Terra potrebbe essere 'cosparsa' di polvere di stelle. Un particolare tipo di microscopiche particelle di polvere e' stato infatti trovato nel materiale di meteoriti caduti sulla Terra e potrebbe provenire da esplosioni stellari avvenute molto prima che si formasse il Sole. Lo hanno verificato i ricercatori dell'università del Michigan, nello studio pubblicato sulla rivista Physical Review Letters. Nei meteoriti sono stati trovati dei grani 'presolari' con quantità insolitamente elevate di isotopi di silicio-30, diversi da quelli tipici che si trovano nel Sistema solare e piuttosto rari sulla Terra.
I ricercatori, coordinati da Michael Bennett, stanno cercando di capire quale evento abbia provocato la diffusione di questa polvere stellare e quando. Una delle ipotesi è che la polvere sia stata il frutto dell'esplosione di una stella nana bianca, probabilmente parte di un sistema binario, che avrebbe provocato l'espulsione di materiale stellare sotto forma di gas e polvere nell'ambiente circostante la galassia.
Secondo gli esperti parte di questo materiale stellare potrebbe essere stato 'riciclato' nella formazione del Sistema solare e dei suoi pianeti. ''Quando le stelle muoiono - commenta Christopher Wrede, uno dei ricercatori - espellono materiale sotto forma di polvere e gas, che poi viene riciclato dalle future generazioni di stelle e pianeti. Questi grani sono dei potenziali messaggeri delle esplosioni stellari classiche, e ci permettono di studiare questi eventi in modo non convenzionale''.
UOL - Um episódio que ocorre a cada 13 meses está prestes a acontecer. A Terra ficará entre Júpiter e o Sol, e isso fará com que o maior planeta do sistema solar fique ainda mais visível para nós, terráqueos. Este fenômeno, chamado de “oposição de Júpiter”, terá seu auge no dia 8 de março.
A posição do planeta fará com que ele fique completamente iluminado pelo Sol e em seu ponto mais próximo da Terra. A junção desses dois fatores tornará o planeta ainda mais visível quando atingir o ponto mais alto do céu, quando ele deverá ser um dos objetos mais luminosos do céu durante a noite — não podemos esquecer que a Lua e Vênus brilham mais que Júpiter.
O legal disso tudo é que não será necessário um telescópio para ver o planeta no dia 8 de março. Porém, os detalhes, como as bandas ou as luas que circundam o planeta, só poderão ser vistos com um telescópio. Sobre isso, explica o astrofísico da UFSCar (Universidade Federal de São Carlos) Gustavo Rojas ao Gizmodo Brasil:
Apesar de ser visível a olho nu, só é possível ver detalhes do planeta com telescópios. Instrumentos pequenos já mostram Júpiter como um pequeno disco, acompanhado de suas 4 maiores luas (Io, Calisto, Ganimede e Europa) – as mesmas vistas por Galileu Galilei em 1609. Instrumentos com aberturas de 15 cm ou mais já mostram bem mais detalhes como as faixas equatoriais e a Grande Mancha Vermelha.
Que fique claro: apesar da oposição de Júpiter, Rojas ressalta que o planeta pode ser visto em quase todo o ano (a exceção são algumas semanas quando Júpiter se “esconde” atrás do Sol). Ontem, por exemplo, o astrofísico disse que era possível ver o planeta ao lado da Lua Cheia.
Júpiter fica visível no horizonte leste ao início da noite. Com o passar das horas, vai ficando cada vez mais alto no céu.
Il radioteloescopio australiano di Parkes (fonte: Alex Cherney)
Individuata l'origine di uno dei misteriosi 'lampi radio rapidi' ad alta energia (Frb), violentissimi, ma della durata di pochi millesimi di secondo. Quello osservato con il radiotelescopio di Parkes, del Consiglio nazionale delle ricerche australiano (Csiro) è stato prodotto probabilmente dalla fusione di due stelle molto dense, come quelle di neutroni, in una galassia distante 6 miliardi di anni luce dalla Terra.
La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature, si deve al gruppo coordinato da Evan Keane, dell'organizzazione intenazionale Ska (Square Kilometre Array), del quale fanno parteMarta Burgay, Delphine Perrodin e Andrea Possenti, dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf). Il risultato ha inoltre permesso di confermare l'attuale modello che descrive la distribuzione della materia nell'universo, composto per il 70% di energia oscura, per il 25% di materia oscura e per il 5% di materia ordinaria, ossia la materia visibile di cui sono fatte le stelle, i pianeti e l'uomo.
Il segnale è stato rivelato il 18 aprile 2015 dal radiotelescopio di Parkes e nel giro di poche ore è stato seguito da molti telescopi in tutto il mondo, fra i quali il Sardinia Radio Telescope (Srt) dell'Inaf, in provincia di Cagliari. "Nell'aprile 2015, Srt non era ancora operativo al 100% come è oggi. Grazie al grande lavoro dell'Inaf di validazione scientifica del radiotelescopio, Srt ha però potuto prendere parte con prontezza alla campagna internazionale", spiega Burgay.
Anche se si è affievolito nel tempo, il segnale è stato registrato per circa 6 giorni e i ricercatori sono riusciti a individuare la posizione del lampo con una precisione circa 1.000 volte migliore rispetto agli eventi precedenti.
I lampi radio sono registrati prima alle frequenze di osservazione più elevate e solo in seguito a quelle inferiori: tale fenomeno, chiamato dispersione, è legato alla quantità di materia ordinaria che il segnale attraversa. Analizzando la dispersione, è stato possibile così misurare la massa totale della materia attraversata dal lampo e la sua distribuzione, che ha confermato le attuali teorie sulla composizione dell'universo.
Image copyrightThinkstockImage captionExplosão "perto" da costa brasileira liberou energia equivalente a 13 mil toneladas de TNT
Na terça-feira, a Agência Espacial Americana, a Nasa, anunciou ter detectado a maior "bola de fogo" registrado na Terra desde 2013, com localização a pouco mais de mil quilômetros da costa do Brasil. O termo é usado para descrever meteoros de brilho incomum e, consequentemente, mas fáceis de serem visto.
Pouco se sabe sobre o evento, que até agora parece ter sido detectado apenas pela Nasa, como parte de um programa de mapeamento de asteroides - conhecido como NEO e que inclui uma rede de satélites militares previamente usado para monitorar testes nucleares.
Até porque a agência estima que o objeto tenha explodido a 31km de altura, em 6 de fevereiro. Pelos cálculos da agência, a explosão liberou o equivalente a 13 mil toneladas de dinamite, força de dimensões relativamente semelhantes à da bomba atômica.
O meteoro se desintegrou, mas algumas perguntas ficaram.
Quão perigoso foi o evento?
Segundo a Nasa, objetos espaciais com menos de 100m de extensão e feitos primariamente de rochas tendem a se romper em grandes altitudes ao entrar na atmosfera da Terra. Dados fornecidos pelos satélites americanos revelam que a maioria deles se desintegra sem sequer atingir o solo, o que explicaria por que muitas vezes não os vemos.
O problema são os asteroides compostos por metal, que podem resistir à entrada na atmosfera.
Mas a última vez em que um objeto causou danos significativos foi em 1908, quando um asteroide ou cometa medindo de 60m a 190m explodiu a cerca de 10km de altura sobre a região da Sibéria, na Rússia, liberando energia mil vezes maior que a da bola de fogo deste mês.
Image copyrightAPImage captionTunguska, na Sibéria, teve área devastada por explosão em 1908
Felizmente, a explosão ocorreu sobre uma região pouquíssimo habitada na época. Não há relato de vítimas. Mas cientistas estimam que uma área de 2.000km quadrados (e 80 milhões de árvores) foi devastada pela energia liberada, e que as ondas de choque derrubaram pessoas a 60km do epicentro. O potencial, segundo astrônomos, seria suficiente para arrasar Londres e seus subúrbios, causando milhões de mortes.
A destruição poderia ser bem pior caso houvesse choque com a superfície: uma hipótese científica alega que o impacto de um meteoro possa ter sido responsável pela extinção dos dinossauros, há 65 milhões de anos. Mas acredita-se que o objeto medisse pelo menos 10km de diâmetro.
Quais são as chances de impacto?
Astrônomos se fiam em estatísticas para estimar que asteroides de pelo menos 50m de diâmetro podem atingir a terra uma vez a cada século. Corpos com mais de 1km têm probabilidade de colidir com planeta uma vez a cada 100 mil anos. Ao mesmo tempo, segundo a Nasa, a Terra é constantemente atingida por asteroides - pelo menos 100 toneladas de objetos.
Mas a maioria deles é pequena demais para passar pela atmosfera terrestre. As "bolas de fogo" ocorrem pelo menos uma vez por ano.
E ainda não existe registro oficial de mortes por asteroides.
Image copyrightSCIENCE PHOTO LIBRARYImage captionMeteoros são mais comuns do que imaginamos
Podemos rastrear asteroides?
Existem diversas redes ao redor do mundo rastreando e catalogando possíveis ameaças espaciais. O programa NEO, da Nasa, por exemplo, iniciou em 1998 um inventário de rochas espaciais com diâmetro maior que 1km cuja órbita possa aproximá-los da Terra, mas desde 2005 o trabalho passou a englobar também asteroides a partir de 140m. O programa tem como objetivo encontrar 90% deles até 2020.
Image caption"Bola de fogo" assustou tailandeses no ano passado
Mas a missão é árdua: em 2012, o asteroide BX34 passou a 61 mil km da Terra, uma distância considerada próxima em termos astronômicos. O objeto espacial tinha sido descoberto apenas DOIS dias antes.
A "bola de fogo" que explodiu sobre os céus da Rússia em 2013 e deixou 100 pessoas feridas não tinha sido detectada.
O que fazer se descobrirmos um objeto "endereçado" à Terra?
Uma estratégia já é conhecida por quem viu o filme Armagedon, com Bruce Willis: um asteroide pode ser desviado de seu curso com a explosão de uma bomba nuclear carregada por uma nave espacial.
O problema aqui é que a explosão poderia mandar pedaços múltiplos em direção ao planeta se algo desse errado. A Agência Espacial Europeia (ESA) tem um projeto conhecido como Dom Quixote, com o qual planeja colidir uma espaçonave com um asteroide e estudar os efeitos. Mas ainda não há cronograma para nenhuma missão.
Ilustração mostra galáxias encontradas em 'zona de evasão' atrás da Via Láctea (Foto: ICRAR/Reuters)
Um telescópio australiano usado para transmitir imagens ao vivo dos primeiros passos do homem na lua em 1969 descobriu centenas de novas galáxias escondidas atrás da Via Láctea, empregando um receptor inovador que mede ondas de rádio.
Os cientistas do Telescópio Parkes, localizado 355 quilômetros a oeste de Sydney, disseram ter detectado 883 galáxias, um terço das quais jamais vistas antes. As descobertas foram relatadas na edição mais recente do periódico Astronomical Journal, com o título "A Pesquisa da Zona de Evasão Parkes HI".
"Centenas de novas galáxias foram descobertas, usando o mesmo telescópio que foi utilizado para transmitir imagens de TV da Apollo 11", disse Lister Staveley-Smith, professor do Centro Internacional de Pesquisas de Radioastronomia da Universidade do Oeste da Austrália.
"A tecnologia eletrônica do final do processo é substancialmente diferente, e é por isso que ainda podemos continuar a usar estes antigos telescópios", disse.
As descobertas ocorreram quando os cientistas investigavam as proximidades imediatas da região do Grande Atrator, uma anomalia gravitacional no espaço intergaláctico.
O radiotelescópio do Observatório de Parkes, em Nova Gales do Sul, na Austrália (Foto: CSIRO)
O Grande Atrator parece estar atraindo a Via Láctea para si com uma força gravitacional equivalente a mais de dois milhões de quilômetros por hora.
Usar ondas de rádio permitiu aos cientistas perscrutarem a Via Láctea para além da poeira e das estrelas, que antes bloqueavam a vista dos telescópios, mostrou o estudo.
Staveley-Smith, principal autor do estudo, disse que os cientistas vêm tentando desvendar o misterioso Grande Atrator desde as primeiras descobertas de grandes distorções na expansão universal nos anos 1970 e 1980.
"É uma parte que falta no quebra-cabeças, que é a estrutura de nosso universo local", explicou Michael Burton, professor da Escola de Física da Universidade de Nova Gales do Sul. "Eles conseguiram penetrá-lo e completar o quadro que mostra o aspecto de nossa parte do universo".
Completata la mappa della Via Lattea, con la prima panoramica dettagliata della distribuzione dei gas freddi e delle regioni in cui stanno nascendo nuove stelle. L'ha ottenuta l'indagine Atlasgal con il telescopio Apex dell'Osservatorio meridionale europeo (Eso) in Cile, che ha mappato l'intero piano galattico visibile dall'emisfero australe.
A coordinare il progetto, descritto sul sito dell'istituto, Leonardo Testi dell'Eso. Il telescopio Apex ha 12 metri di diametro e permette agli astronomi di studiare l'Universo freddo, quindi gas e polveri ad appena poche decine di gradi sopra lo zero assoluto. Grazie a queste sue capacita', i ricercatori sono stati in grado di ottenere una veduta dettaglia della distribuzione del gas freddo e denso nella maggior parte delle regioni di formazione stellare nella Via Lattea meridionale.
Le mappe, ottenute integrando anche le osservazioni del satellite Planck dell'Agenzia spaziale europea, coprono un'area di cielo lunga 140 gradi e larga 3, quattro volte in piu' rispetto a quello delle precedente indagine Atlasgal. I dati ottenuti sono stati usati anche per fare un censimento completo delle nubi massicce e fredde in cui si stanno formando le nuove generazioni di stelle di grande massa e gli ammassi stellari. ''Abbiamo potuto lanciare uno sguardo nuovo al centro interstellare della Via Lattea - commenta Testi - e trasformare la nostra visione della formazione stellare. Si apre la possibilità di scavare in questo archivio di dati alla ricerca di nuove scoperte''.
Rappresentazione artistica del sistema binario si stelle HD 142527 e del disco di polveri dal quale sta nascendo un sistema planetario (fonte: B. Saxton (NRAO/AUI/NSF)
Un nuovo sistema planetario sta nascendo attorno a due soli. E' stato scoperto dal telescopio Alma, sulle Ande cilene, ed e' un fenomeno raro, utile per capire come i pianeti possano formarsi e mantenere orbite stabili attorno a due stelle che ruotano l'una attorno all'altra. Annunciata a Washington, durante la conferenza dell'Associazione Americana per l'Avanzamento delle Scienze (AAAS), la scoperta si deve al gruppo coordinato dall'astronomo italiano Andrea Isella, che lavora negli Stati uniti, alla Rice University.
Le immagini catturate dal telescopio mostrano che nel disco in cui si stanno formando i pianeti c'e' una regione a forma di mezzaluna e ricca di polveri, che potrebbe essere cruciale per la nascita del sistema planetario. Le immagini di Alma, ha detto Isella, ''rivelano i dettagli inediti dei processi fisici che regolano la formazione dei pianeti attorno a questo sistema''.
Situato nell'ammasso di giovani stelle Scorpius-Centaurus, il sistema planetario in formazione e' a circa 450 anni luce di distanza dalla Terra. La coppia di stelle intorno alla quale sta nascendo si chiama HD 142527; è composta da una stella con una massa doppia di quella del nostro Sole e dalla compagna, con una massa leggermente inferiore, distanti l'una dall'atra circa 1,5 miliardi di chilometri, poco più della distanza fra il Sole a Saturno.
Le immagini ad alta risoluzione mostrano un largo anello a forma ellittica che circonda le due stelle: e' costituito per la maggior parte da gas, soprattutto monossido di carbonio, ma in esso vi e' una regione a forma di arco ricca di polveri e completamente priva di gas.
Secondo gli astronomi, in questa regione il gas si e' congelato, formando uno strato di brina sui grani di polvere. Si ipotizza che sia questo velo di ghiaccio sui grani a dare l'avvio alla formazione dei pianeti. ''La temperatura e' cosi' bassa che il gas si trasforma in ghiaccio e si attacca ai grani'', ha spiegato Isella. Si pensa, ha proseguito l'astronomo, che questo processo aumenti la capacita' dei grani di polvere di attaccarsi fra loro e, collisione dopo collisione, permetta di raggiungere masse sempre maggiori, fino a diventare pianeti.