quinta-feira, 26 de fevereiro de 2009

Europeus fotografam 'olho cósmico'

Nebulosa Hélix fica a 700 anos-luz da Terra; imagens lembram 'olho'.

O Observatório Europeu do Sul (ESO, na sigla em inglês), que fica no alto de uma montanha em La Silla, no Chile, fotografou a nebulosa Hélix, que fica a uma distância de 700 anos-luz da Terra, na constelação de Aquário, e é conhecida como "olho cósmico".


'Olho cósmico' está a 700 anos-luz da Terra (Foto: ESO/Divulgação)


A nebulosa é formada por gás e poeira lançados por uma estrela central de pouca luminosidade, já em vias de desaparecer. De acordo com o ESO, o principal anel da Hélix tem um diâmetro de cerca de dois anos-luz - ou seja, de mais de 18 trilhões de quilômetros. Apesar da imagem espetacular, é difícil ver a nebulosa pois sua luz é dissipada por uma vasta área do espaço. Hélix apareceu pela primeira vez em uma lista de objetos compilada pelo astrônomo alemão Karl Ludwig Harding, em 1824. O nome vem das primeiras fotografias tiradas, em que a nebulosa parecia ter um formato de sacarrolha. Segundo o ESO, estudos indicam que ela é formada por pelo menos dois anéis externos. O disco interno, que pode ter sido formado há cerca de 12 mil anos, parece estar se expandindo a uma velocidade de 100 mil quilômetros por hora. Os astrônomos acreditam que a nebulosa está relativamente perto da Terra e que, por isso, pode ser estudada de maneira mais minuciosa, disse o ESO.

BBC

segunda-feira, 23 de fevereiro de 2009

Cometa Lulin estará perto de Saturno; saiba como avistá-lo hoje


Pegue um binóculo, olhe para o leste --onde nasce o Sol-- e procure por Saturno, que tem um brilho bastante proeminente no céu. Estas são as principais dicas dos astrônomos para observar o cometa Lulin, que poderá ser visto com brilho máximo na madrugada de hoje para amanhã. É possível, porém improvável, que o cometa fique visível a olho nu, principalmente em locais muito iluminados --é melhor recorrer a binóculos ou lunetas de boa qualidade.
"De cidades grandes, provavelmente será muito difícil observá-lo a olho nu. Digo provavelmente porque as variações do brilho de um cometa não têm sua determinação com muita precisão. Pode ocorrer uma explosão repentina e o brilho aumentar muito, embora isto não seja muito comum", afirma Rundsthen Vasques de Nader, astrônomo do Observatório do Valongo, da UFRJ (Universidade Federal do Rio de Janeiro).

Lulin estará bem próximo de Saturno, na constelação de Leão --nessa época, o planeta fica visível por volta das 20h30, como um objeto vermelho-alaranjado, maior que as estrelas em volta e não que "pisca". No céu, a coloração do cometa deve ser de um branco esverdeado, devido a sua composição química: compostos de carbono e cianogênio, um gás tóxico.

O cometa atinge nesta terça-feira (24) a sua máxima aproximação da Terra, ficando a cerca de 60 milhões de km, bem próximo para os padrões astronômicos, menos de metade da distância entre a Terra e o Sol.

Lulin, que oficialmente se chama C/2007 N3, foi descoberto em 2008 por Quanzhi Ye, da Universidade Sun Yat-sen, em Guangzhou (China), com base em imagens produzidas no Observatório Lulin, em Taiwan --daí vem seu nome "popular".

Sua órbita, ao contrário do que ocorre na maioria dos cometas, é no sentido horário. Esta é a primeira passagem de Lulin perto do Sol, dizem astrônomos, porque ele ainda preserva a maior parte dos seus gases.
Folha on line

sábado, 21 de fevereiro de 2009

La più grande catastrofe dello spazio



Il circolino mostra il "bagliore" generato raccolto dal satellite Fermi


Una catastrofe cosmica gigantesca, la più grande e violenta che mai strumenti umani siano riusciti a fotografare fino ad oggi. E la prova dell’accaduto è un potente raggio gamma che l’ "occhio” italiano del satellite “Fermi” della Nasa è riuscito a cogliere e fotografare. I dettagli sono raccontati sulla rivista americana Science ed è la cronaca di un fatto accaduto 12 miliardi di anni fa, ma che il satellite ha visto soltanto ora perché il raggio tanto ha impiegato a percorrere lo spazio che ci separa dal luogo d’origine; una galassia distante 12 miliardi di anni luce. Il lampo battezzato “GRB 080916C” era stato raccolto il 16 settembre scorso «e nel giro di due settimane la scoperta era chiara e definita – nota Patrizia Caraveo responsabile dell’esperimento per l’Inaf, l’Istituto italiano di astrofisica – ma per arrivare alla sua pubblicazione sono stati necessari tutti questi mesi perché sono oltre duecento gli astrofisici coinvolti nell’operazione: numerosi erano i particolari su cui essere d’accordo». La cronaca della catastrofe è raccontata soprattutto dal lampo di radiazione gamma . «Per un paio di minuti, il lampo è stato più luminoso non solo di qualsiasi altra sorgente, ma anche dello stesso universo nella banda dei raggi gamma – precisa Ronaldo Bellazzini, altro responsabile dell’esperimento per l’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare – E nasceva da un getto di materia altamente ionizzato che si è propagato nel cosmo a una velocità prossima a quella della luce, paragonabile a quanto si otterrà nel nuovo acceleratore Lhc di Ginevra». La catastrofe è stata registrata da due strumenti: il GMB, Gamma Ray Burst Monitor americano, ha raccolto prima i fotoni di radiazione X; poi il LAT, Large Area Telescope italiano, i fotoni di radiazione gamma. «Ma fra i due – precisa Caraveo – c’è stato un ritardo di cinque secondi, un tempo significativo per descrivere i processi riguardanti la morte di una stella».

DISTRUTTO UN ASTRO GRANDE CINQUE VOLTE IL SOLE - Il fiume delle radiazioni è scaturito infatti dalla distruzione di un astro la cui massa calcolata era di cinque volte superiore a quella del Sole. Proprio dal violento collasso è zampillata l’energia mentre la stella si trasformava in un buco nero. Ora gli astrofisici dovranno decifrare nei dettagli il significato dei fatidici cinque secondi e quando ci saranno riusciti avranno conquistato un altro tassello nella storia della vita di un astro. Importante in questi casi è intervenire tempestivamente anche con i telescopi a terra per cogliere nella radiazione luminosa ulteriori elementi importanti. «A tal fine sono attive squadre di ricercatori internazionali, 24 ore su 24, per puntare i loro strumenti”, aggiunge Paolo Giommi, responsabile del Science Data Center dell’Asi, l’agenzia spaziale italiana, che ha coordinato la partecipazione al progetto del satellite Fermi della Nasa mentre lo strumento LAT è nato dal coinvolgimento dell’Infn (nei cui laboratori pisani è stato progettato e assemblato) e dell’Inaf. I lampi gamma erano stai scoperti per caso dai satelliti militari americani Vela nella seconda metà degli anni Sessanta mandati in orbita per controllare le eventuali esplosioni atomiche dei sovietici. Tenuti nascosti sino al 1973, da allora è iniziata la corsa a spiegarne l’origine. Il problema non era da poco perché questi Gamma Ray Burst sono i fenomeni più violenti che il cielo offra: nel giro di pochi secondi liberano tanta energia quanta il Sole nell’arco della sua intera vita. Soltanto alla metà degli anni Novanta il satellite italiano BeppoSax dell’Asi, fornisce il primo indizio importante per arrivare alla spiegazione del fenomeno. E le ricerche continuano in una partita USA-Italia che propone grandi sorprese.


Giovanni Caprara
Corriere dela Sera

Keplero va in orbita in cerca dell'altra Terra


Telescopio Kepler


La Nasa sta per lanciare un telescopio che deve trovare nuovi pianeti

di LUIGI BIGNAMI

E' iniziata la caccia al pianeta gemello della Terra. Sta infatti per raggiungere la rampa di lancio, in Florida, il telescopio della Nasa Kepler. Verrà mandato in orbita il 5 marzo, e allora, salvo imprevisti, prenderà il via una delle missioni più affascinanti della storia dell'astronautica: la ricerca di pianeti simili al nostro che orbitano intorno ad altre stelle. In realtà, gli astronomi ne hanno già individuati 340, ma nessuno di essi ha caratteristiche simili alla Terra e soprattutto su nessuno di essi vi può essere la vita così come noi la conosciamo. Sono troppo grandi (il più piccolo è stato trovato dal telescopio spaziale Corot e ha una dimensione di circa due volte la Terra, ma la sua temperatura superficiale è di oltre 1.000°C), oppure sono gassosi o troppo vicini o troppo lontani dalla loro stella per permettere di avere condizioni ideali alla vita. "Kepler invece, si propone di scovare tra le stelle della nostra galassia pianeti rocciosi che orbitano intorno a stelle simili al nostro Sole in un'area ritenuta abitabile. Gli astronomi definiscono "abitabile" una fascia di spazio intorno ad una stella dove la temperatura sia tale da permette all'acqua di scorrere liquida, in quanto quest'ultima è ritenuta indispensabile per originare e mantenere la vita", spiega Jon Morse, direttore della divisione di astrofisica della Nasa. La Terra si trova proprio all'interno della fascia di abitabilità del nostro sistema solare. Il telescopio Kepler getterà il suo occhio tra le stelle per circa 4 anni, scandagliandone grosso modo 100.000, nella regione della Via Lattea nota come Cigno-Lira. Il telescopio infatti, deve puntare il proprio occhio in una regione che sia opposta a quella in cui si trova il Sole, altrimenti rischierebbe di rovinarsi e la regione scelta, che possiede tali caratteristiche, sembra avere anche una concentrazione di stelle simili alle nostre molto elevata. Si ipotizza che a varie distanze dalle proprie stelle-madri siano centinaia i pianeti con dimensioni terrestri. Da uno studio statistico realizzato dalla Nasa risulta che se pianeti di tipo terrestre fossero abbondanti in fasce abitabili, Kepler ne scoprirebbe a dozzine.

Al termine della sua missione potrebbe dare una risposta significativa alla domanda che già si posero gli antichi greci: "Ci sono altri mondi abitabili o il nostro è un'eccezione?". Ma come farà a scoprire tali pianeti? Kepler è stato costruito appositamente per rilevare la periodica diminuzione di luce di un astro che un pianeta extrasolare - che si trova tra la Terra e la sua stella - produce quando gli passa di fronte. La sensibilità delle sue ottiche è tale che il telescopio è in grado di misurare variazioni di luminosità di 20 parti su un milione. Per ottenere una simile risoluzione gli ingegneri della Nasa hanno costruito la più potente macchina fotografica mai lanciata nello spazio: ha una capacità di 95 megapixel (si pensi che le macchine fotografiche professionali non superano i 15 megapixel). "Se Kepler dovesse guardare alla Terra di notte sarebbe in grado di rilevare la diminuzione di luce che una persona produce passando davanti ad una veranda illuminata", dice James Fanson, responsabile del Progetto Kepler. Erano anni che gli astronomi aspettavano il lancio di questa missione perché dalla terra è impossibile, al momento, poter sperare di osservare la diminuzione di luce prodotta da pianeti terrestri quando passano di fronte ad una stella. Kepler invece, potrà farci sognare scoprendo pianeti gemelli della Terra.

La Repubblica
(21 febbraio 2009)

sexta-feira, 20 de fevereiro de 2009

Europeus e americanos se unem para explorar luas de Júpiter


A Agência Espacial Americana (Nasa) e a Agência Espacial Europeia (ESA) anunciaram um plano ambicioso para enviar sondas para o sistema de Júpiter e duas de suas luas, Europa e Ganimedes. A proposta pode vir a ser o próximo grande projeto das agências espaciais, após a bem-sucedida missão Cassini-Huygens enviada ao sistema de Saturno.

"Esse esforço conjunto é um desafio maravilhoso e será um dos marcos da ciência interplanetária do século 21", disse David Southwood, diretor de exploração científica e robótica da ESA.

Embora o projeto bilionário seja de longo prazo e possa ser adiado ou cancelado por falta de verbas, se viabilizado, pode fornecer informações importantes sobre a lua Europa, um dos locais com potencial de ter abrigado vida. Os cientistas acreditam que, sob a superfície gelada de Europa, corre um oceano. "Uma missão à lua gelada de Júpiter, Europa, nos levaria a um dos habitats mais prováveis no Sistema Solar, excetuando a Terra", disse Louis Friedman, diretor da The Planetary Society, uma das maiores instituições não-governamentais do mundo dedicada à astronomia.Ele elogiou o fato de que europeus e americanos devem dividir os custos e conhecimento científico "tornando o projeto mais razoável e aumentando seu apoio".

A equipe do Europa Jupiter System Mission (EJSM) recomendou que tanto a Nasa como a ESA enviem suas sondas orbitais. A ideia é que a sonda americana (JEO) e a européia (JGO) explorem objetos diferentes e também ângulos distintos dos mesmos objetos.Mas apenas a nave americana se aproximaria da lua Europa, por causa de seu grande índice de radioatividade. Os cientistas americanos acreditam que a JEO vai conseguir operar por meses, apesar da radioatividade. A sonda europeia se concentraria na lua de Ganimedes, a maior de Júpiter.O plano é que ambas as sondas encerrem suas missões caindo sobre suas respectivas luas.

BBC

Nasa detecta maior explosão de raios gama já vista no espaço


Imagem obtida pelo satélite Swift mostra explosão de raios gama (em laranja) (Foto: AFP/Nasa)

Um telescópio espacial da Nasa detectou o que deve ser a mais intensa rajada de raios gama já vista no Universo. A descoberta foi feita em 16 de setembro de 2008, com o Telescópio Espacial Fermi de Raios Gama, e acaba de ser divulgada online pelo periódico científico "Science". O achado pode permitir definir com mais clareza que fenômenos estão envolvidos nessas explosões da alta energia. Os cientistas suspeitam fortemente de que as rajadas de raios gama estejam relacionadas ao surgimento de supernovas -- estrelas muito grandes que, ao fim de suas vidas, explodem violentamente.
G1

terça-feira, 17 de fevereiro de 2009

Amadores 'contam' galáxias na internet

Objetivo de site é montar 'guia do mochileiro das galáxias'.Participantes podem até descobrir novos corpos celestes.

O website Galaxy Zoo, criado pelo astrofísico Chris Lintott, da Universidade de Oxford, na Grã-Bretanha, utiliza a ajuda de internautas para classificar galáxias.


Qualquer internauta pode participar (Foto: Reprodução/BBC)

Nele, qualquer pessoa pode ajudar a catalogar um milhão de fotos de galáxias de acordo com sua forma, e até 'descobrir' novos corpos celestes nas imagens.

BBC

segunda-feira, 16 de fevereiro de 2009

Guardare la Luna, da Galileo



La parola Luna – spiega il linguista Manlio Cortellazzo, morto a novant’anni una settimana fa, nel suo notissimo Dizionario etimologico edito da Zanichelli – deriva dalla radice indoeuropea Leuk - splendere. Le parole luce e Luna rimandano dunque l’una all’altra come in una specie di tautologia. Eppure, primo paradosso, la Luna non ha luce. E’ buia, anzi nera come la lavagna o, nelle regioni più chiare, grigia come il cemento. Ci sembra bianca solo per una sorprendente illusione percettiva. Nel 1929 lo psicologo della Gestalt Adhémar Gerb ideò l’esperimento che spiega l’ingannevole colore della Luna. In una stanza semibuia sospese un disco nero e lo investì con il fascio di luce di un faro nascosto all’occhio dell’osservatore. In queste condizioni, con la stanza in penombra, il disco nero appariva bianco, e perfino luminoso aumentando la luminosità del faro.

Riflettanza (la capacità di un corpo di riflettere la luce) e luminanza (l’intensità della luce riflessa) sono cose ben diverse: un corpo può apparire bianco quando ha la massima luminanza nel nostro campo visivo, si tratti di un disco nero in una stanza semibuia o della Luna sullo sfondo del cielo notturno. L’ombra curva della Terra che durante le eclissi totali avanza sulla Luna piena e la inghiotte è ancora inquietante anche per l’uomo moderno perché mette a nudo un insospettato meccanismo della percezione visiva.

La luce della Luna è – lo sappiamo fin dalle scuole primarie – luce riflessa. La Luna è per la Terra uno specchio del Sole. Specchio a geometria variabile, dalla falce più esile all’assorta rotondità del plenilunio. C’è, in questo specchio spaziale, un altro fenomeno curioso oltre a quello smascherato da Gerb. Nella fase crescente e calante, la Luna diventa un doppio specchio: la luce che ci rimanda è in parte quella riflessa dalla Terra. Un ping-pong ricco di significati simbolici che ha dietro di sé una storia interessante.

Tutti l’abbiamo osservato: quando la Luna è una falce, spesso si intravede anche il resto del suo disco. Mentre la falce, per l’abbagliamento dovuto alla sua luminosità, sembra dilatata, il disco ancora in ombra ci appare più piccolo e debolmente rischiarato da un crepuscolo grigio, color cenere. “Luce cinerea”, infatti, è il nome del fenomeno. Pur attenuandosi di sera in sera, questo fioco chiarore dura fino alla vigilia del primo quarto, per poi ricomparire nella fase calante poco dopo l’ultimo quarto. Se si osserva con il telescopio, nella penombra della luce cinerea riusciremo a indovinare il contorno delle “terre” e dei “mari” e alcuni punti più luminosi, come i crateri Aristarchus, Tycho e Kepler.

La luce cinerea altro non è che il “chiaro di Terra”, circostanza da non trascurare in vista di future passeggiate romantiche tra i crateri lunari. Le fasi sono infatti reciproche – altro fatto elementare ma non subito intuitivo. Dunque, quando la Luna è prossima al novilunio, rispetto ad essa la Terra risulta quasi “piena”.

Grazie all’atmosfera e al candore delle nuvole, il nostro pianeta è uno specchio abbastanza efficiente: riflette il 38 per cento della luce che riceve, contro il 7 per cento della Luna. Si può calcolare che la “Terra piena” risulta per un osservatore lunare 80 volte più luminosa della Luna piena. Una piccola percentuale di questa luce viene a sua volta rimandata dalla Luna fino a noi. Ed è appunto quella che chiamiamo luce cinerea. Simmetricamente, un osservatore che si trovasse sulla Luna, quando la Terra appare in falce potrebbe scorgere la parte in ombra della Terra lievemente illuminata dal chiaro di Luna.

Questa spiegazione è molto semplice ma non è altrettanto immediata. Fino a pochi secoli fa della luce cinerea si sono date interpretazioni fantasiose: chi affermava che la Luna brilla anche debolmente di luce propria, chi sosteneva che essa è lievemente trasparente (traslucida), e quindi lascia filtrare da parte a parte un po’ di luce solare; altri ancora supposero che la sua superficie fosse fosforescente o che riflettesse la luce delle stelle. Tycho Brahe, maestro di Keplero e anello di congiunzione tra l’astronomia antica e moderna, addirittura spiegò la luce cinerea come un riflesso dello splendore di Venere (in effetti sulle Ande, dove il cielo è molto buio e l'aria tersa, questo pianeta è abbastanza luminoso da proiettare ombre).

A parte alcune felici intuizioni degli astronomi rinascimentali Regiomontanus e di Maestlin, il primo a capire la vera natura della luce cinerea fu Leonardo da Vinci. Occorre però attendere Galileo per averne una spiegazione circostanziata, prima nel “Sidereus Nuncius” (1610) e poi nel “Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo” (1632). L'argomentazione galileiana è così precisa ed elegante che vale la pena di riportarla.

“...se voi diligentemente andrete osservando – Galileo fa dire a Salviati nel Dialogo dei massimi sistemi – vedrete sensatamente che, si come la Luna, quando è sottilmente falcata, pochissimo illumina la Terra, e secondoché in lei vien crescendo la parte illuminata dal Sole, cresce parimente lo splendore a noi, che da quella vienci riflessa; così la Luna mentre è sottilmente falcata e che, per esser tra il Sole e la Terra, scuopre grandissima parte dell'emisfero terreno illuminato; si mostra assai chiara, e discostandosi dal Sole e venendo verso la quadratura, si vede tal lume andar languendo, ed oltre la quadratura si vede assai debile, perché va sempre perdendo della vista della parte luminosa della Terra: e pur dovrebbe accadere il contrario quando tal lume fosse o comunicatole dalle stelle, perché allora la possiamo vedere nella profonda notte e nell'ambiente molto tenebroso”.

Magnifica lezione di astronomia ma anche di capacità divulgativa che Galileo ci dà e che vale la pena di apprezzare in questo “Anno Internazionale dell’Astronomia” che le Nazioni Unite hanno proclamato in ricordo delle sue prime osservazioni della Luna al cannocchiale, dell’autunno di quattrocento anni fa.

Piero Bianucci
La Stampa

sexta-feira, 13 de fevereiro de 2009

Cientistas tentam determinar ameaça ligada a colisão de satélites

Os cientistas estão acompanhando com grande atenção os destroços orbitais que surgiram quando dois satélites de comunicação, um americano e um russo, colidiram centenas de quilômetros acima da Terra. De acordo com a Nasa, deve levar semanas até que a magnitude da pancada seja conhecida e as possíveis ameaças contra outros satélites, ou mesmo contra o Telescópio Espacial Hubble, sejam determinadas.


Concepção artística mostra como era o satélite americano antes da pancada (Foto: AP/Nasa)

Segundo a agência espacial americana, trata-se do primeiro impacto de alta velocidade entre dois satélites intactos. De acordo com a Nasa, os riscos para a Estação Espacial Internacional e seus astronautas é baixo, porque ela orbita a Terra mais de 400 km abaixo do local da colisão. A Roscosmos, agência espacial russa, concorda. Também não deve haver perigo para o lançamento do ônibus espacial no próximo dia 22, mas isso terá de ser reavaliado nos próximos dias.

De acordo com Nicholas Johnson, especialista em lixo espacial do Centro Espacial Houston, o risco de danos é maior para o Telescópio Espacial Hubble e para os satélites de observação da Terra, que estão numa órbita mais alta e mais próxima do campo de destroços.

A colisão envolveu um satélite comercial americano Iridium, lançado em 1997, e um satélite russo colocado em órbita em 1993, que aparentemente não estava mais funcionando e tinha ficado fora de controle. Ninguém tem idéia de quantos pedaços sobraram da batida -- podem ficar na casa das dezenas ou das centenas. A estimativa dos pesquisadores é de que existem cerca de 17 mil pedaços de destroços de origem tecnológica girando em torno da Terra hoje. A situação é tão séria que esses cacos são considerados hoje a pior ameaça aos vôos dos ônibus espaciais, e a Nasa diz esperar que o problema se torne cada vez mais sério nas próximas décadas.


Marcia Dunn - Da Associated Press

Europeus fazem simulação de 'tráfego intenso' de satélites no espaço

Cerca de 12 mil objetos giram ao redor do planeta atualmente.Imagens da ESA (Agência Espacial Européia) ajudam a entender colisão.
As imagens impressionam. São parte de uma simulação da ESA (Agência Espacial Européia) para mostrar onde estão os mais de 12 mil satélites artificiais da Terra, colocados em órbita por foguetes nos últimos 50 anos. Olhando para elas, fica mais fácil entender como, apesar de todo o esforço de rastreio feito por agências espaciais ao redor do mundo, dois satélites, um russo e um americano, colidiram no espaço, sobre a Sibéria.


Imagem da Agência Espacial Européia mostra como é o 'congestionamento' de satélites em órbita (Foto: ESA/AFP)

Nas imagens, há um exagero, claro: os satélites na verdade são bem menores do que parecem na simulação, em comparação com o tamanho da Terra. Por isso, ao tirar fotos de nosso planeta, as sondas espaciais não revelam a montanha de metal, lixo e painéis fotovoltaicos que gira o tempo todo sobre nossas cabeças. Ainda assim, está tudo lá. As preocupações de segurança são maiores para missões tripuladas. Em caso de uma colisão de algum desses satélites com a Estação Espacial Internacional, é improvável que os tripulantes do complexo orbital pudessem sobreviver. Daí a necessidade de monitorar de perto tudo que é colocado em órbita da Terra.


Em órbitas mais distantes, o tráfego também é intenso (Foto: ESA/AFP)
G1

Imagem revela detalhes de ninho revoltoso de estrelas gigantes

Nebulosa a 7.500 anos-luz é lar da maior estrela da galáxia, Eta Carina.Ventos estelares poderosos agitam gases e poeira nos arredores.


Imagem mostra detalhes da nebulosa Carina, lar da estrela Eta Carina, um astro prestes a se tornar uma hipernova (Foto: ESO)

Imagem produzida por pesquisadores do Observatório Europeu do Sul (ESO), localizado no Chile, revelam detalhes incríveis da nebulosa Carina. Localizada a cerca de 7.500 anos-luz da Terra, ela é um famoso ninho de estrelas de grande porte. Entre suas habitantes ilustres está Eta Carina, uma estrela binária gigante que, nos próximos milhares de anos, deve explodir numa potente hipernova. Ela é a estrela mais maciça conhecida hoje na Via Láctea.

G1

quinta-feira, 12 de fevereiro de 2009

Encontro Nacional de Astronomia e 1º Encontro Latino-Americano de Astronomia

 
Olá!

Gostaríamos de informar que já estão abertas as inscrições para o 12º Encontro Nacional de Astronomia e 1º Encontro Latino-Americano de Astronomia, a serem realizados na cidade de Londrina, Paraná, nos dia 31 de outubro e 1º de novembro.

Pedimos a colaboração de todos na divulgação do evento, assim como contamos com sua participação!

Para maiores informações, acesse o site http://web.sercomtel.com.br/enast.

Em caso de dúvidas, entre em contato conosco pelo e-mail 12enast@gmail.com

Um grande abraço

Miguel F. Moreno 
GEDAL / MCTL
Comitê de Coordenação do 12º ENAST / 1º ELAST
Acesso o site do encontro: http://web.sercomtel.com.br/enast

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