sexta-feira, 22 de novembro de 2013

Dall'Italia un satellite matrioska

Il microsatellite Unisat 5 (fonte: GAUSS)  
Il microsatellite Unisat 5 (fonte: GAUSS)
 
E' stato lanciato il satellite-matrioska. Si chiama Unisat-5 e al suo interno contiene altri otto piccoli satelliti.

Il lancio è avvenuto dalla base russa di Yasny, nella regione di Orenburg, con il vettore russo-ucraino Dnepr. Accanto al satellite italiano, il razzo ha portato in orbita altri 32 piccoli satelliti ed ha stabilito il nuovo record mondiale, superando quello ottenuto il 19 novembre dagli Stati Uniti che, con il loro vettore Minotaur 1, avevano messo in orbita 29 satelliti.

Unisat-5 appartiene alla categoria dei 'microsatelliti', con un peso inferiore a 50 chili. La particolarità che lo distingue da altri satelliti della stessa taglia, è il fatto di essere a sua volta una piattaforma di rilascio in orbita per satelliti ancora più piccoli.

All'interno di Unisat-5, infatti, sono stati integrati otto satelliti a forma di cubo e di varie dimensioni: 4 CubeSat, che hanno 10 centimetri di lato e 4 PocketQube, con il lato di 5 centimetri.

Gli otto satelliti trasportati provengono da diversi paesi del mondo tra i quali Perù, Pakistan, Spagna, Stati Uniti e Germania. Il "satellite dispenser" Unisat-5 è stato realizzato da un'azienda italiana nata appena due anni fa, la Gauss, nata per iniziativa di un gruppo di neolaureati della scuola di Ingegneria Aerospaziale dell'università Sapienza di Roma: sotto la guida di Filippo Graziani, hanno già realizzato e lanciato sei satelliti universitari.

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Il mistero dei minerali di Vesta Il mistero dei minerali di Vesta

La storia del grande asteroide è più complessa del previsto


Sorprende i ricercatori la distribuzione dell'olivina sull'asteroide Vesta (fonte:  Alessandro Frigeri e Eleonora Ammannito, sulla base dei dati di Vir e delle immagini della Framing Camera)     
Sorprende i ricercatori la distribuzione dell'olivina sull'asteroide Vesta (fonte: Alessandro Frigeri e Eleonora Ammannito, sulla base dei dati di Vir e delle immagini della Framing Camera) 
 
La storia di uno dei più grandi asteroidi del Sistema Solare, Vesta, potrebbe essere molto più complicata del previsto: è quanto emerge dalla distribuzione dei minerali sulla sua superficie.

A sorprendere i ricercatori è, in particolare, il fatto che l'olivina, un minerale comune nelle regioni più interne dei pianeti rocciosi come la Terra, è quasi del tutto assente nei grandi bacini di Vesta ed è invece abbondante in altre zone dell'asteroide.
 
La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature, si deve ad una ricerca internazionale alla quale l'Italia ha collaborato con l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf).

I ricercatori hanno utilizzato i dati dello strumento italiano Vir (Visual and infrared spectrometer) che si trova a bordo della sonda Dawn della Nasa, che ha visitato Vesta nel 2011. Le immagini dello spettrometro Vir indicano l'inattesa distribuzione dell'olivina e che, di conseguenza, la formazione e l'evoluzione di Vesta non possono essere essere spiegate semplicemente con gli stessi processi che avrebbero sperimentato i pianeti solidi all'inizio della loro storia.

''L'idea alla quale crediamo di più è che sotto la superficie di Vesta ci sia comunque un mantello roccioso ricco di olivina'', dice Maria Cristina De Sanctis, dell'Inaf, co-autrice dell'articolo. Per la ricercatrice ''l'assenza di olivina pura nelle zone meridionali di Vesta e la sua inaspettata presenza nelle regioni settentrionali indicano una storia evolutiva più complessa di quanto ci attendessimo prima delle osservazioni di Dawn. Questo studio - osserva - non solo non completa la nostra conoscenza di Vesta, ma ci pone anche altri interrogativi circa le fasi primordiali del Sistema Solare
 
 
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Svelati i misteri del 'mostro cosmico'

Il lampo gamma più vicino e potente mai visto


Rappresentazione artistica di un lampo di raggi gamma (fonte: NASA/Swift/Cruz deWilde)  
Rappresentazione artistica di un lampo di raggi gamma (fonte: NASA/Swift/Cruz deWilde)
 
Rivelati i misteri del 'mostro' cosmico, il potente e vicino lampo di raggi gamma registrato il 27 aprile 2013, avvenuto alla distanza di 3,8 miliardi di anni luce e che ha 'brillato' per oltre 20 ore.

L'enorme mole di dati raccolta viene presentata in quattro articoli pubblicati sulle riviste Science e The Astrophysical Journal, ai quali hanno collaborato numerosi ricercatori italiani, in particolare dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf).

Il lampo gamma si chiama Grb 130427A ed è stato uno dei più vicini, lunghi e potenti fenomeni di questo tipo mai osservati. Fenomeni come questo si devono all'enorme quantità di energia rilasciata dall'esplosione di grandi stelle al termine della loro vita. Sono fenomeni relativamente rari e difficili da osservare, ma che i satelliti e i telescopi basati a Terra questa volta ha avuto modo di seguire approfonditamente. Fra i satelliti che hanno fornito i dati ci sono Fermi, Swift e NuStar, nei quali l'Italia gioca un ruolo importante e partecipa con Agenzia Spaziale Italiana (Asi), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e Inaf.

''Abbiamo subito capito che si trattava di un evento straordinario'', ha detto Giancarlo Cusumano, dell'Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica dell'Inaf (Inaf-Iasf) di Palermo. ''Nei giorni successivi all'evento - ha aggiunto - abbiamo dedicato tutto il nostro tempo all'analisi dei dati. L'intensità dell'evento è stata tale da permetterci uno studio eccezionalmente dettagliato della sua emissione nei raggi X, come mai fino ad ora era stato possibile''.
 
Per Patrizia Caraveo, dell'Inaf-Iasf di Milano, ''l'eccezionale brillantezza dell'evento, unita alla quantità e qualità dei dati raccolti dai diversi osservatori, ha permesso di mettere alla prova le teorie proposte per spiegare questi lampi di emissione, dimostrando che nessuna è in grado di spiegare tutti i dettagli che sono stati osservati''.


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I resti di una supernova per la prima volta in 3D

Sono quelli di Cassiopea A


I resti della supernova Cassiopea A visibili per la prima volta in 3D (fonte: NASA) 
 I resti della supernova Cassiopea A visibili per la prima volta in 3D (fonte: NASA)

Il 'cinema delle stelle' dà un nuovo spettacolo in 3D: la protagonista è la supernova Cassiopea A, o meglio quello che resta della sua antica esplosione. I resti di questa supernova sono stati riprodotti per la prima volta in tre dimensioni grazie ai dati raccolti dall'osservatorio a raggi X Chandra e dal telescopio Spitzer, entrambi della Nasa, nell'ambito di un nuovo progetto dello Smithsonian Institution di Washington. L'obiettivo del museo è digitalizzare in questa nuova veste sia le missioni scientifiche che gli oggetti al centro delle sue collezioni.

Quella di Cassiopea A è una 'prima' assoluta: finora nessun resto di supernova era mai stato modellato in 3D. Per creare questa visualizzazione è stato utilizzato un particolare software che ha fatto da 'ponte' tra due campi normalmente molto distanti: quello dell'astrofisica e quello dell'imaging utilizzato nell'ambito medico.

Questo evento spettacolare è stato annunciato da una 'locandina' in cui Cassiopea A è ritratta da Chandra. Per l'occasione, i dati raccolti dall'osservatorio della Nasa sono stati rielaborati in una nuova versione che mostra con maggiore nitidezza i resti della supernova in diverse lunghezze d'onda: i raggi X dotati di minore energia sono visibili in rosso, quelli con un'energia intermedia sono in verde, mentre quelli più potenti sono in blu.
 
Questo ritratto a colori aiuterà gli astrofisici a ricostruire in dettaglio alcuni aspetti della supernova, come le dimensioni della stella, la sua composizione chimica e il meccanismo dell'esplosione.


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Telescópios confirmam jatos em buraco negro no centro da Via Láctea

Partículas de alta energia são emitidas pelo buraco negro Sagitário A.
Região tem 4 milhões de vezes a massa solar e fica a 26 mil anos-luz daqui.

Do G1, em São Paulo

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Imagem feitas em ondas de raios X  e rádio  mostram o buraco negro supermassivo Sagitário A, no centro da Via Láctea  (Foto: X-ray: Nasa/CXC/UCLA/Z. Li et al/Radio: NRAO/VLA) 
Imagem composta a partir de registros em ondas de raios X e rádio mostram jatos lançados pelo buraco negro Sagitário A, situado no centro da Via Láctea (Foto: X-ray: Nasa/CXC/UCLA/Z. Li et al/Radio: NRAO/VLA)
 
O telescópio espacial de raios X Chandra, da Nasa, e um radiotelescópio da Fundação Nacional de Ciências dos EUA confirmaram a presença de jatos com partículas de alta energia emitidos pelo buraco negro supermassivo Sagitário A, localizado no centro da Via Láctea. Há décadas, astrônomos buscavam evidências concretas desse fenômeno. Os novos resultados serão publicados na próxima edição da revista 

Esse buraco negro tem 4 milhões de vezes a massa do Sol e fica a cerca de 26 mil anos-luz de distância da Terra. As observações do Chandra foram feitas entre setembro de 1999 e março de 2011, com uma exposição total de 17 dias.

Estudos anteriores, feito com vários telescópios, já haviam sugerido a presença de jatos desse tipo, mas as conclusões eram contraditórias e não foram consideradas definitivas. Esta foi a primeira vez, portanto, que pesquisadores obtiveram indícios mais fortes do que ocorre no "coração" da nossa galáxia, destacou o principal autor, Zhiyuan Li, da Universidade de Nanquim, na China.

Jatos de partículas de alta energia são encontrados em todo o Universo, em pequenas e grandes escalas. Eles são produzidos por estrelas jovens e buracos negros até mil vezes maiores que o Sagitário A, quando algum material cai na direção deles e, depois, é redirecionado para fora. Esses jatos têm um papel importante no transporte de energia do núcleo do buraco para fora e também na regulação do ritmo de formação de novos astros.

Segundo o coautor do trabalho Mark Morris, da Universidade da Califórnia em Los Angeles, a identificação desse processo ajuda a entender a direção do eixo de rotação do buraco negro. Isso, consequentemente, pode fornecer pistas importantes sobre a história do crescimento dele, diz Morris. O estudo teve, ainda, colaboração do Instituto de Tecnologia de Massachusetts (MIT), em Cambridge.
 
Rotações paralelas
Os cientistas explicam que o eixo de rotação de Sagitário A está paralelo ao da Via Láctea, o que indica que o gás e a poeira migraram de forma constante para dentro desse buraco negro nos últimos 10 bilhões de anos. A descoberta traz à tona alguns detalhes sobre o passado da nossa galáxia, pois, se a Via Láctea tivesse colidido com outras grandes galáxias "recentemente" e os buracos negros delas tivessem se fundido com Sagitário A, os jatos emitidos poderiam apontar para qualquer direção.

Como atualmente Sagitário A está consumindo pouco material, seus jatos acabam aparecendo mais fracos nas imagens. Emissões de partículas na direção oposta provavelmente não são vistas por causa do gás ou da poeira que bloqueia a visão da Terra, ou pela falta de material para abastecê-las.

A região em torno de Sagitário A também é fraca, o que significa que esse buraco negro tem ficado "tranquilo" nos últimos cem anos. No passado, ele chegou a ser pelo menos um milhão de vezes mais brilhante que hoje, de acordo com os astrônomos.

Além disso, em 2008 o telescópio de raios gama Fermi, da Nasa, evidenciou que bolhas gigantes de partículas de alta energia se estendem para fora da Via Láctea e são causadas pelos jatos de Sagitário A – o que foi reforçado agora.

quinta-feira, 21 de novembro de 2013

Nasa lança 29 minissatélites para ajudar sistemas científicos e militares

Equipamentos serão colocados em órbita a bordo do foguete Minotauro I.
Lançamento foi feito da Ilha Wallops, na Virgínia, na noite de terça (19).

Do G1, em São Paulo
Foguete Minotauro I é lançado com 29 minissatélites a bordo (Foto: Eastern Shore News, Jay Diem/AP) 
Foguete Minotauro I é lançado dos EUA com 29 minissatélites
 (Foto: Eastern Shore News, Jay Diem/AP)
 
A agência espacial americana (Nasa) e a Força Aérea dos EUA lançaram 29 minissatélites ao espaço na noite de terça-feira (19), da Ilha Wallops, na Virgínia. Os equipamentos que serão colocados na órbita da Terra foram levados pelo foguete Minotauro I, da empresa Orbital Sciences Corporation.

Um dos satélites enviados na missão ORS-3 é controlado por um smartphone e faz parte de um projeto da Nasa de lançar experimentos científicos menores e mais baratos. Outro equipamento foi construído por estudantes do ensino médio da Virgínia.

Entre várias funções, os satélites vão ajudar a melhorar a qualidade e a segurança de sistemas de voo militares e da agência espacial.

Segundo astrônomos, o lançamento ficou visível da Flórida até o sul do Canadá e o oeste de Indiana.


Lançamento ocorreu na noite de terça-feira (19) da Ilha Wallops (Foto: Eastern Shore News, Jay Diem/AP) 
Lançamento ocorreu na noite de terça-feira (19), da Ilha Wallops 
(Foto: Eastern Shore News, Jay Diem/AP)

Projeto de telescópio gigante busca apoio de US$ 50 milhões do Brasil

Consórcio internacional está desenvolvendo o Giant Magellan Telescope.
Fapesp está avaliando projeto e pode conceder apoio financeiro.

Mariana Lenharo Do G1, em São Paulo

 

Ilustração projeto de Giant Magellan Telescope (GMT): instrumento terá 7 espelhos primários de 8,4 metros de diâmetro cada um, totalizando 25 metros de diâmetro. (Foto: Giant Magellan Telescope/Divulgação) 
Ilustração projeto de Giant Magellan Telescope (GMT): instrumento terá 7 espelhos primários de 8,4 metros de diâmetro cada um, totalizando 25 metros de diâmetro. (Foto: Giant Magellan Telescope/Divulgação)
 
Um consórcio internacional para a construção de um dos três telescópios gigantes que estão sendo planejados para os próximos anos está buscando o apoio do Brasil para ser concretizado. O Giant Magellan Telescope (GMT) – que deve ser instalado no Observatório Las Campanas, no Deserto do Atacama, no Chile – deve ter um espelho de 25 metros e apresentar uma resolução dez vezes maior do que a do telescópio espacial Hubble.

Hoje, o consórcio que gerencia o projeto já reúne 9 parceiros, entre eles instituições dos Estados Unidos, da Austrália e da Coreia. Mas, para financiar o projeto completo, são necessários outros três sócios. A Fundação de Amparo à Pesquisa do Estado de São Paulo (Fapesp) está atualmente avaliando a possibilidade de desembolsar uma quantia equivalente a R$ 115 milhões (ou US$ 50 milhões) para ter uma participação de 5% no consórcio.

Como contrapartida, pesquisadores do estado de São Paulo cujos projetos têm apoio da Fapesp ganhariam o direito de utilizar parte do tempo do GMT quando ele entrar em funcionamento, o que deve começar a ocorrer em cerca de 10 anos. A função de telescópios da classe do GMT é identificar com detalhes as características de planetas e fenômenos cada vez mais distantes no universo.

Wendy Freedman, presidente do GMT, apresenta projeto na Fapesp, em São Paulo, nesta quarta-feira (13). (Foto: Eduardo Cesar/FAPESP)Wendy Freedman, presidente do GMT, apresenta
projeto na Fapesp, em São Paulo, nesta
quarta-feira (13). (Foto: Eduardo Cesar/FAPESP)
Na última semana, representantes do projeto GMT vieram a São Paulo para participar de um workshop promovido pela Fapesp para apresentar detalhes do telescópio gigante para a comunidade científica do país. Pesquisadores brasileiros da área de astronomia também apresentaram seus estudos durante o evento e demonstraram de que maneira o acesso ao GMT poderia contribuir para seus projetos.
De acordo com o pesquisador Hernan Chaimovich, coordenador dos Centros de Pesquisa, Inovação e Difusão (CEPIDs), da Fapesp, o workshop é uma das etapas de avaliação promovidas pela fundação para avaliar a possibilidade de apoio.  Ele observa que a primeira etapa de análise, já concluída, foi submeter o projeto ao crivo de pesquisadores de todo o mundo, o que resultou em um “excelente parecer”, segundo ele.
Mas ainda restam, segundo Chaimovich, algumas questões a serem esclarecidas antes de a Fapesp fechar o apoio, como ter garantias de que os pesquisadores brasileiros terão acesso adequado ao GMT e de que a chance de sucesso na construção do telescópio supere os potenciais riscos. “É preciso ter claro de que maneira a participação no projeto vai beneficiar as pesquisas realizadas no estado de São Paulo e se os riscos devem valer a pena para o contribuinte paulista”, disse o pesquisador durante o evento.
A Fapesp afirma que ainda não há previsão de quando será concluída a avaliação do projeto ou anunciada a decisão final da fundação.
 
Outros projetos
Existem outros dois projetos de telescópios gigantes no mundo: o European Extremely Large Telescope (E-ELT) e o Thirty Meter Telescope (TMT). O Brasil ainda decide atualmente se vai ou não ser um dos parceiros no projeto do E-ELT, coordenado pelo Observatório Europeu do Sul (ESO). Em 2010, o então ministro brasileiro da Ciência e Tecnologia, Sergio Rezende, assinou o contrato de adesão, mas o processo ainda precisa ser aprovado pelo Congresso Nacional.

Caso a participação brasileira seja aprovada, o custo de adesão inicial que o Brasil deve quitar é de 130 milhões de euros, fora as contribuições anuais que já passaram a ser contabilizadas desde 2010.

Adesão ao consórcio do GMT custa US$ 50 milhões. (Foto: Giant Magellan Telescope/Divulgação)Adesão ao consórcio do GMT custa US$ 50 milhões.
(Foto: Giant Magellan Telescope/Divulgação)
 
Para o astrônomo Cássio Barbosa, professor da Universidade do Vale do Paraíba (Univap), seria importante que o Brasil aderisse ao consórcio do GMT. “Neste momento, estamos em decisão sobre entrar no consórcio europeu (do E-ELT) ou não. O que está acontecendo é que todos os consórcios para telescópios gigantes estão encerrando as adesões. Se o Brasil não tomar uma decisão rápida, corremos o risco de perder essa onda de novos telescópios e passar talvez 20, 30 anos para que venha a próxima onda de projetos”, diz.

Barbosa explica que, atualmente, os pesquisadores brasileiros têm acesso a telescópios de 8 metros, que são considerados muito grandes. A próxima geração de telescópios, que são os gigantes, tem entre 25 metros (o GMT) e 39 metros (o E-ELT).

“Eles servem para ver as coisas em detalhes muito maiores. Com esse telescópio, teria como observar planetas do tipo da Terra, muito próximos a estrelas, que tivessem condições de desenvolver vida. Ou então ir cada vez mais longe, no fundo do universo e ver as primeiras galáxias se formando e ir voltando no tempo para ver como o universo começou a brilhar.”
 
Menos riscos
Para a pesquisadora Wendy Freedman, presidente do GMT, o projeto tem poucos riscos, já que os principais desafios técnicos já foram superados. O telescópio será constituído por 7 espelhos primários com 8,4 metros de diâmetro cada um. Cada um dos espelhos primários terá um espelho secundário correspondente, de diâmetro menor. O primeiro dos espelhos já foi desenvolvido, polido e testado. Dois outros espelhos estão em processo de fabricação e o material do quarto espelho já foi comprado.

“Nós já testamos os componentes primários de engenharia que serão usados no telescópio. Em termos de seu diâmetro, ele é menor. Por isso, no total, ele tem o menor custo e os menores riscos técnicos em comparação com os outros projetos”, diz Wendy.

Ela afirma que a adesão ao projeto seria importante para os jovens pesquisadores brasileiros. “Haverá no máximo três telescópios gigantes no mundo e este estará na primeira linha. Será uma oportunidade incrível, especialmente para os astrônomos mais jovens do Brasil, que poderão estar na primeira linha da Astronomia.”


GMT será construído no deserto do Atacama, no Chile. (Foto: Giant Magellan Telescope/Divulgação) 
GMT será construído no deserto do Atacama, no Chile. 
(Foto: Giant Magellan Telescope/Divulgação)

terça-feira, 19 de novembro de 2013

Nasa registra explosão solar intensa nesta terça-feira (19)

Erupção está na classe das mais intensas, mas não prejudica humanos.
Astro passa por fase com número de ejeções crescente.

Do G1, em São Paulo

Explosão solar ocorreu nesta terça-feira (19) (Foto: Nasa) 
]Explosão solar, visível do lado direito da foto, ocorreu nesta terça-feira (19)
 (Foto: Nasa/SDO)

Nesta terça-feira (19), às 8h26 do horário de Brasília, o Sol teve mais uma erupção significativa, seguindo outras que ocorreram em outubro e novembro deste ano.

A explosão foi classificada pela Nasa, a agência espacial americana, como X1.0. A classe X corresponde às explosões mais intensas. A erupção veio de uma região ativa que está em rotação sobre o lado direito do Sol na foto acima.

De acordo com a Nasa, o crescente números de explosões do Sol é esperado neste momento porque o ciclo de atividade do Sol, que é de 11 anos, está chegando ao seu máximo.

A radiação prejudicial de uma explosão solar, segundo a Nasa, não afeta fisicamente os seres humanos na Terra, mas pode deturpar a atmosfera em uma camada em que os sinais de comunicação e de GPS circulam.

Satélites europeus serão lançados para explorar polo magnético da Terra

Da AFP

Satélite Swarm acoplado a primeiro estágio de foguete no Cosmódromo de Plesetsk, na Rússia (Foto:  ESA–S. Corvaja)Satélite Swarm acoplado a 1º estágio de foguete no
Cosmódromo de Plesetsk, na Rússia (Foto: ESA)
 
A Agência Espacial Europeia (ESA, na sigla em inglês) deve lançar nesta sexta-feira (22) um trio de satélites de alta tecnologia para explorar o polo magnético da Terra.

Se tudo ocorrer bem, a missão Swarm, de US$ 276 milhões (R$ 624,8 milhões), explicará alguns dos fenômenos incomuns que estão acontecendo com o magnetismo terrestre.

O magnetismo do planeta tem aplicações incontáveis, que vão desde dispositivos elétricos até a navegação.

"O campo magnético da Terra é uma coisa muito importante. Ele torna a vida possível, ao oferecer abrigo contra a radiação do espaço", explica Albert Zaglauer, gerente de projeto da Astrium, fabricante dos satélites.

"O polo magnético está mudando e o campo magnético, também. Por quê?", pergunta Zaglauer. Encontrar a resposta é um dos objetivos dessa missão.

Como funciona o magnetismo
O magnetismo terrestre origina-se a partir do ferro e do níquel líquidos superaquecidos, que giram no núcleo externo do planeta, cerca de 3 mil km abaixo da superfície. Como um dínamo giratório, esse oceano de metal subterrâneo gera correntes elétricas e, consequentemente, um campo magnético.

Mas, ao contrário do que muitos podem pensar, esse campo não é constante nem imutável. Desde que foi localizado com precisão pela primeira vez por James Ross, no Grande Norte canadense, em 1831, o polo norte magnético não parou de se mover, e seus deslocamentos às vezes brutais intrigam os cientistas.

Ao longo do século 19 até 1980, o polo magnético se movia de forma bastante lenta (menos de 10 km por ano) rumo à Sibéria, mas sua velocidade logo se acelerou, beirando os 60 km/ano na década de 1990, antes de voltar a se estabilizar. No total, entre 1831 e 2007, o polo magnético norte percorreu cerca de 2 mil km na direção nordeste.

Além disso, o campo magnético terrestre se inverteu em várias oportunidades ao longo da História, de forma muito irregular, mas em média a cada 200 mil anos. Atualmente, ele diminui de forma bastante rápida (perdeu cerca de 6% em intensidade em um século), mas continua sendo superior ao que se observa antes de uma possível inversão de polos, processo que leva milhões de anos.

Ao contrário dos polos geográficos, os polos magnéticos norte e sul – isto é, os pontos na superfície terrestre onde o campo magnético é exatamente vertical – não estão situados em pontos opostos do globo.

O polo magnético norte se encontra atualmente a mais de 85 graus de latitude (em relação ao norte geográfico), enquanto o polo magnético sul está situado a apenas 65 graus de latitude sul, na região antártica.

Como os polos geográficos são fixos, é necessário corrigir a direção indicada por uma bússola. Para se orientar de forma precisa com esse instrumento – que nunca sofre defeitos, ao contrário de um GPS ou instrumento de rádio –, é preciso dispor de um mapa muito recente. Os dados coletados pelos satélites Swarm servirão para atualizar esses mapas, usados sobretudo na navegação aérea.

domingo, 17 de novembro de 2013

La cometa Ison visibile a occhio nudo

Domani all'alba, prima di proseguire il viaggio verso il Sole


La cometa Ison fotografata dall'astrofisico Gianluca Masi il 14 novembre 2013 (fonte: Gianluca Masi, The Virtual Telescope Project)  
La cometa Ison fotografata dall'astrofisico Gianluca Masi il 14 novembre 2013
 (fonte: Gianluca Masi, The Virtual Telescope Project)
 
Sta diventando sempre più luminosa, la cometa Ison, e si prepara a dare spettacolo all'alba di lunedì 18 novembre: poco prima delle 5 del mattino si potrà vedere a occhio nudo vicino a Spica, la stella più brillante della costellazione della Vergine. La cometa più attesa e discussa dell'anno continua a tenere alta l'attenzione e a dare un primo spettacolo prima di avvicinarsi al Sole.

''La cometa prosegue nella sua marcia di avvicinamento al Sole, seguita dagli astronomi con il fiato sul collo'', osserva l'astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope e curatore scientifico del Planetario di Roma. Dopo il grande entusiasmo iniziale, che per Natale la annunciava grande quanto la Luna, le attese sulla cometa Ison si sono decisamente ridimensionate dall'agosto scorso. ''Ma adesso qualcosa è successo'', rileva Masi: il telescopio Trappist (TRAnsiting Planets and PlanetesImals Small Telescop), che si trova sulle Ande cilene ha osservato un aumento incredibile della produzione di gas. ''Questo ha subito generato un grande ottimismo''.

L'ipotesi più accreditata per spiegare il fenomeno, spiega Masi, è che la cometa avrebbe rivolto verso il Sole solo un emisfero, mentre l'altro non è mai stato toccato dal calore. L'esposizione alla luce e al calore della zona sempre rimasta in ombra avrebbe adesso generato la produzione di gas. ''Di conseguenza è avvenuto un repentino aumento della luminosità, dalla magnitudine 7 a 4. Vale a dire - spiega Masi - che è diventata visibile a occhio nudo come lo è la costellazione di Andromeda''.

Lo scenario è quindi completamente nuovo: ''adesso Ison comincia fare sul serio. Ci tiene sulle spine - dice Masi - in attesa del suo appuntamento con il Sole''. Il passaggio ravvicinato è previsto per il 28 novembre e fino a quel momento è impossibile fare previsioni. Solo quando la cometa riemergerà da questo giro di boa cosmico, all'inizio di dicembre, si saprà se Ison è davvero la spettacolare cometa di Natale che tutti aspettavano.


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sexta-feira, 15 de novembro de 2013

Estudo sugere que buracos negros podem emitir jatos de átomos

Descoberta mostra que buracos negros, além de destrutivos, são criadores.
Dados foram publicados nesta semana na revista científica 'Nature'.

Da France Presse
 

buraco negro (Foto: Nasa/ESA) 
Imagem feita por telescópio da agência espacial americana mostra buraco negro
 (Foto: Nasa/ESA)

Os buracos negros emitem potentes jatos de matéria em alta velocidade, o que inclui átomos pesados, revelou um estudo publicado esta quarta-feira (13) na revista científica britânica "Nature".

Há décadas os astrônomos ficam intrigados com estreitos feixes de matéria expelidos dos buracos negros, o fenômeno mais poderoso do universo. Sabe-se que os jatos contêm elétrons, que são partículas com carga negativa.

Mas o enigma é que os jatos não têm todos carga negativa, o que sugere que deve haver "algo" com carga positiva ali para equilibrar as coisas. Este "algo" pode ser átomos de ferro e níquel, segundo astrônomos que utilizaram o telescópio espacial europeu XMM-Newton e o rádio-telescópio Compact Array, no leste da Austrália.

Linhas de átomos foram vistas em emissões exaladas por um pequeno buraco negro denominado 4U1630-47 com dois terços da velocidade da luz. A fonte dos jatos parece ser um disco de acréscimo, um cinturão de gás quente que gira em torno da entrada do buraco.

A descoberta é importante porque os buracos negros, além de destrutivos, são criadores também. Eles reciclam a matéria e a energia do espaço e os jatos ajudam a dar forma quando e onde uma galáxia forma estrelas.

"Os jatos de buracos negros supermaciços ajudam a determinar o destino de uma galáxia", anunciou em um comunicado Tasso Tzioumis, da Organização Australiana para a Pesquisa Industrial e Científica da Comunidade Britânica (CSIRO, na sigla em inglês). "Então, queremos entender melhor o impacto que os jatos têm em seu ambiente", continuou.

Um átomo de ferro é cerca de 100 mil vezes mais maciço do que um elétron, o que significa que carrega muito mais energia do que uma partícula mais leve viajando na mesma velocidade. As colisões com a matéria no espaço interestelar poderiam gerar raios-gama e elétrons, sugeriram os autores.

Telescópio espacial mostra colisão das galáxias Antennae

Segundo a Nasa, é a imagem mais nítida desta colisão de galáxias.
Regiões de nascimentos de estrelas têm dezenas de milhares delas,

Do G1, em São Paulo

O par de galáxias Antennae está em coalisão há centenas de milhões de anos (Foto: AFP PHOTO / EUROPEAN SOUTHERN OBSERVATORY / ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/NASA/ESA/F. COMBES) 
O par de galáxias Antennae está em coalisão há centenas de milhões de anos
(Foto: AFP PHOTO / EUROPEAN SOUTHERN OBSERVATORY / F. COMBES)
 

Foi divulgada nesta quinta-feira (14) imagem das galáxias Antennae feita pelo telescópio espacial Hubble. Segundo a Agência Espacial Americana (Nasa), trata-se da imagem mais nítida desta colisão de galáxias.

As duas galáxias espirais começaram a interagir há centenas de milhões de anos e durante a colisão serão formadas bilhões de estrelas. As regiões de nascimentos de estrelas, com dezenas de milhares delas, são os pontos mais brilhantes da imagem. Elas são chamadas de aglomerados de superestrelas.

De acordo com a Nasa, os dois núcleo das galáxias originais consistem em estrelas antigas atravessadas por filamentos de poeira, que aparecem em marrom na imagem. As regiões azuis são regiões de formação de estrela, rodeadas por gás hidrogênio que aparece em rosa pink.

A nova imagem permite que astronautas distingam melhor entre as estrelas e aglomerados de superestrelas criadas em coalisões de duas galáxias em espiral.

Astrônomos acreditam que apenas 10% dos aglomerados recém-formados da Antennae vá sobreviver pelos próximos 10 milhões de anos. A grande maioria deverá de dispersar e as estrelas individuais devem se tornar parte do fundo suave da galáxia.

Os aglomerados mais massivos que sobreviverem devem formar aglomerados globulares regulares, similares aos que estão em nossa galáxia.

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