sexta-feira, 16 de janeiro de 2015

Riscritta l'origine degli asteroidi

Riscritta l'origine degli asteroidi: i piu' primitivi sono nati almeno 4 miliardi di anni fa come 'prodotto' dei violenti scontri fra 'embrioni' di pianeti e non sono, come si credeva, i 'mattoni' iniziali del Sistema Solare in via di formazione. Sono i risultati della ricerca pubblicata su Nature dal gruppo coordinato da Brandon Johnson, dell'universita' statunitense di Purdue. I nuovi dati aiutano a ricostruire la storia della formazione dei pianeti.

Testimoni della storia del Sistema Solare
I meteoriti, ossia i 'sassi' cosmici che cadono o sono caduti sul nostro pianeta, sono dei 'testimoni' capaci di raccontare la storia dell'intero Sistema solare sin dalla sua origine. La stragrande maggioranza di questi meteoriti, detti condriti, hanno una particolarita': sono costituiti da piccole e particolari sfere di roccia fusa chiamate 'condrule' la cui origine non e' mai stata ben compresa. 

"Capirne l'origine - ha spiegato Jay Melosh, uno degli autori dello studio - e' come spiare nel buco di una serratura: non riesci a vedere tutto quello che c'e' nella stanza ma puoi avere un'immagine nitida di una sua parte. In questo caso, un fotogramma delle primissime fasi del sistema solare".


La nuova teoria
Secondo molti ricercatori, i meteoriti sarebbero dei frammenti ancora intatti dei pianeti nelle loro primissime fasi di formazione. Analizzando pero' le particolari sfere che ne costituiscono la struttura e creando dei modelli al computer sulla loro possibile origine, i ricercatori americani suggeriscono ora che i meteoriti di questo tipo sarebbero invece stati formati dall'enorme calore degli impatti tra i pianeti in formazione. 

Quindi i meteoriti di questo tipo non sarebbero frammenti degli embrioni dei pianeti bensi' sono materiali creatisi dagli scontri tra pianeti. Una sorta di 'sottoprodotto elaborato' ben diverso da quanto ritenuto finora e che trasformerebbe quanto sappiamo sulle prime fasi del sistema solare, come la dinamica che ha portato alla creazione di pianeti, comete e asteroidi.


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Il Sistema Solare potrebbe avere due pianeti in più

Il Sistema Solare potrebbe avere due pianeti in più, oltre l'orbita di Nattuno (fonte: NASA/JPL-Caltech)




Potrebbero esserci due pianeti nascosti oltre Nettuno. Il che significa che il Sistema Solare potrebbe essere un po' più grande del previsto. E' un'ipotesi che fa discutere gli astronomi da anni, ma che ora sembra essere confermata da una nuova simulazione al computer, realizzata in collaborazione fra l'università Complutense di Madrid e quella britannica di Cambridge. Il risultato è pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society Letters.

Se confermata, l'ipotesi potrebbe rivoluzionare i modelli finora usati del nostro Sistema solare. Secondo i calcoli dei ricercatori, ci sarebbero non uno, ma ben due pianeti in più che potrebbero spiegare il comportamento delle orbite degli oggetti celesti oltre Nettuno. La teoria finora accettata sostiene che le orbite dei corpi celesti che si muovono oltre Nettuno dovrebbero essere distribuite casualmente e avere determinate caratteristiche di inclinazione dell'asse di rotazione.

Ma ciò che si è osservato in una dozzina di questi corpi è piuttosto diverso. ''Questo eccesso di oggetti con parametri orbitali inaspettati ci fa ritenere che alcune forze invisibili alterino la distribuzione di questi elementi orbitali - spiega Carlos de la Fuente Marcos, coautore dello studio - e la spiegazione più probabile che è che vi siano due pianeti sconosciuti oltre Nettuno e Plutone''.


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segunda-feira, 12 de janeiro de 2015

Passato turbolento per Andromeda


Le stelle di Andromeda riprese dal telescopio Hubble (fonte: Ben Williams, PHAT collaboration


La nostra 'vicina di casa' cosmica nasconde una storia di violenza e caos: è la galassia Andromeda, il cui passato recente sarebbe stato segnato in modo indelebile da violenti scontri con altre piccole galassie. A rivelarlo è il disordine in cui versano le sue stelle più antiche, al centro dello studio presentato dai ricercatori dell'Università della California a Santa Cruz nel congresso della Società americana di astronomia a Seattle. 

Per sbirciare a casa della nostra vicina, gli astronomi hanno usato i dati raccolti nell'ambito di due ampie ricerche: lo studio Splash (Spectroscopic and Photometric Landscape of Andromeda's Stellar Halo), che ha misurato la velocità radiale di oltre 10.000 stelle di Andromeda con lo spettrografo Deimos dell'osservatorio W. M. Keck alle Hawaii, e lo studio Phat (Panchromatic Hubble Andromeda Treasury), che ha permesso di riprendere in alta definizione metà di queste stelle grazie al telescopio Hubble.

Incrociando i dati delle due ricerche è stato possibile ricostruire i movimenti delle diverse popolazioni di stelle: quelle più giovani sembrano ruotare in modo abbastanza ordinato attorno al centro di Andromeda, tutte più o meno alla stessa velocità, mentre le stelle più vecchie si muovono in modo più caotico.

''Perfino le stelle più ordinate di Andromeda sembrano disordinate se confrontate con quelle della nostra Via Lattea'', spiega la ricercatrice Claire Dorman. Questa confusione potrebbe trovare una spiegazione nel passato di Andromeda: la galassia, infatti, avrebbe recentemente attraversato un periodo turbolento, segnato da un vero e proprio bombardamento da parte di galassie più piccole.


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sexta-feira, 9 de janeiro de 2015

Occhi in su per la cometa più brillante dell'anno

Spettacolo assicurato nel cielo, con la cometa più brillante del 2015. In questo periodo la C/2014 Q2 Lovejoy è infatti perfettamente visibile a occhio nudo fin dalle prime ore della serata.

Una cometa da ricordare
Arrivata puntualmente a Natale, la cometa ha raggiunto la distanza minima dalla Terra nel giorno della Befana, il 6 gennaio scorso, avvicinandosi a 70 milioni di chilometri, ma la luce della luna piena le ha rubato la scena. ''La prima cometa dell'anno sta dando il meglio e sicuramente sarà una cometa da ricordare'', osserva l'astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope e coordinatore scientifico del Planetario di Roma. ''Adesso - aggiunge - le condizioni di visibilità sono migliori: non c'è più la luce della Luna a disturbare lo spettacolo e la cometa si vede bene già la sera, a partire dalle 20,00''.


Come osservarla
Per a vedere la C/2014 Q2 Lovejoy basta prendere come punto di riferimento le tre stelle allineate della cintura di Orione, facilmente riconoscibili, e guardare verso Ovest, in direzione della costellazione del Toro. ''Adesso - aggiunge Masi - ha senso tentare di osservare la cometa a occhio nudo e l'ora migliore per farlo è intorno alle 21,30''.


Verso il Sole fino al 30 gennaio
A 'trasformare' la cometa nei prossimi giorni sarà il suo progressivo avvicinamento al Sole fino al 30 gennaio, quando raggiungerà la distanza minima di 190 chilometri. Non è affatto una distanza rischiosa, spiega Masi, e la cometa proseguirà indisturbata il suo viaggio. Ma osservarla sarà sempre più interessante: ''a mano a mano che si avvicinerà al Sole, attraversando la regione più riscaldata della sua traiettoria, la cometa sarà sempre più attiva''.

Cometa senza rivali
Per questo sarà molto difficile che la C/2014 Q2 Lovejoy possa essere superata in luminosità dallealtre due comete dell'anno: la C/2014 Q1 PanSTARRS, che arriverà in giugno, e la Catalina, visibile in dicembre. Tuttavia, considerando il loro carattere imprevedibile, le comete potrebbero riservare sorprese fino all'ultimo momento.


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Pronta la mappa del Sole 'irrequieto'

Aiuta a identificare le sorgenti del vento solare



Ottenuta la mappa completa del Sole 'irrequieto': aiuta a identificare le sorgenti del vento di particelle emesso dalla nostra stella. Pubblicato sulla rivista Nature, il risultato si deve al gruppo coordinato da David Brooks, dell'università americana George Mason.

La mappa
La mappa dell'intero Sole è stata costruita grazie alle osservazioni del disco solare ottenute satelliteHinode, realizzato dall'Agenzia Spaziale giapponese (Jaxa) in collaborazione con Stati Uniti e Regno Unito. Integrando queste informazioni con quelle relative alla temperatura del Sole e alla composizione del plasma della nostra stella, i ricercatori sono riusciti a individuare l'origine del vento solare più 'lento' che raggiunge una velocità di circa 400 chilometri al secondo. Questo flusso di particelle, secondo lo studio, fluisce dalle regioni attive della corona.


Macchie, eruzioni e vento solare
Caratterizzate da campi magnetici molto complessi, in queste regioni si formano anche le macchie solari da cui hanno origine le eruzioni di particelle che, spinte dal vento, possono colpire anche la Terra.

Il Sole emette anche un vento di particelle più veloce, che fluisce nello spazio a circa 700 chilometri al secondo e che ha origine nei pressi dei poli solari, dai buchi della corona, regioni molto estese dove i campi magnetici del Sole si proiettano all'esterno nello spazio interplanetario.

Le particelle solari sono diffuse in tutto il nostro sistema planetario e influenzano anche l'ambiente vicino alla Terra: comprendere il motore di questo vento è uno dei principali obiettivi della fisica solare


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quinta-feira, 8 de janeiro de 2015

Hubble marca 25º aniversário com foto renovada de 'velha conhecida'

Feita em 1995, imagem de pilares da Nebulosa de Águia apareceu em livros e filmes; agora, ela foi refeita com ângulo mais aberto e o dobro da resolução.

Jonathan Webb

Repórter de Ciência da BBC News, em Seatlle (EUA)



Nova imagem dos pilares tem ângulo mais aberto e resolução duas vezes maior que a original (Foto: NASA, ESA/Hubble e Hubble Heritage Team)

O telescópio Hubble, que em 2015 completa 25 anos em órbita, registrou novas imagens impactantes de dois conhecidos corpos celestes. Revisitando uma de suas fotos mais antigas e mais famosas, o telescópio capturou uma nova visão da Nebulosa da Águia que mostra seus "Pilares da Criação" em mais detalhes do que nunca.
E uma montagem com 13 mil fotos da nossa vizinha galáxia de Andrômeda se tornou o maior imagem já feita pelo telescópio. Ambas as imagens foram reveladas em Seattle, em uma reunião da Sociedade Astronômica Americana.
Paul Scowen, da Arizona State University, descreveu as fotos da Nebulosa da Águia como "novas imagens de uma velha amiga".
A imagem original, feita em 1995, dos pilares de formação estelar de nuvens de poeira e gás foi uma sensação e, desde então, tem aparecido em inúmeras capas de livros, nas telas de cinema e em camisetas.
Graças a melhorias nos sistemas do Hubble, a nova representação tem um ângulo mais aberto e uma resolução duas vezes maior que a da foto original.
Ele também permite que astrônomos como Scowen vejam o que mudou em 20 anos - apesar de todas as mudanças realmente terem ocorrido há 7 mil anos, por causa da distância.
Galáxia de Andrômeda, vizinha da Via Láctea, é vista com nível inédito de detalhes (Foto: Nasa)

Scowen e sua equipe só tiveram algumas semanas para analisar as imagens, mas ele diz que já é possível perceber que "sim, algumas coisas mudaram" - incluindo as pontas dos jatos explodindo do lado dos pilares de cinco anos-luz de altura.
Esses jatos tornam-se "placas de sinalização, apontando para onde as estrelas foram feitas", disse. O segundo lançamento impressionante é conhecido como a Panchromatic Hubble Andromeda Treasury ou PHAT.
Ele retrata a Galáxia de Andrômeda, o grande vizinho da nossa Via Láctea, a um nível recorde de detalhe.
Julianne Dalcanton, da Universidade de Washington, explicou que Andrômeda é provavelmente maior do que a Via Láctea e ocupa mais do céu do que a Lua.
Foram 39 meses para reunir as milhares de imagens, em três diferentes comprimentos de onda de luz, que juntos mostram uma grande varredura da galáxia em forma de panqueca a cerca de dois milhões de anos-luz de distância.
É importante ressaltar que elas têm resolução nítida o suficiente para retratar individualmente muitas das 100 milhões de estrelas capturadas na imagem. "A imagem é muito boa, mas a glória dela é que podemos dar zoom," disse Dalcanton.
Assim como as estrelas individuais, a grande imagem promete um tesouro feito de nuvens de poeira, aglomerados de estrelas, regiões de formação de estrelas e muito mais - para os astrônomos buscarem insights sobre como as galáxias se formam e se transformam.

E’ in corso una forte tempesta solare


E’ in corso una forte tempesta solare. È stata classificata di livello 3 (nella scala che va da 1 a 5) che può causare intermittenze radio e disturbi ai satelliti e potrebbe essere stata generata da uno sciame di particelle solari che ha colpito la Terra oppure da un flusso veloce di vento solare. La tempesta è scoppiata nelle prime ore del 7 gennaio e sta progressivamente diminuendo di intensità.

“Tempeste di questa intensità di solito causano intermittenze radio, fluttuazioni nell’erogazione della corrente elettrica e nei dati inviati dai satelliti, aurore ma non grossi problemi” spiega Mauro Messerotti, dell'Osservatorio Astronomico di Trieste dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e membro del Consiglio direttivo della Swico (Space Weather Italian Community) . 

“L’origine di questa tempesta non è molto chiara – aggiunge - le ipotesi sulla causa potrebbero essere due: o una nube di particelle emessa dal Sole che ha colpito la Terra oppure un flusso veloce di vento solare generato da un buco coronale, ossia una regione molto estesa dove i campi magnetici del Sole si proiettano all’esterno nello spazio interplanetario”. Questo vento, prosegue l’esperto, quando è emesso sferza per qualche ora i pianeti come un idrante. La causa potrebbe essere stata anche una combinazione dei due fenomeni solari.


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quarta-feira, 7 de janeiro de 2015

Anche per la Befana la cometa delle feste si vede a occhio nudo




La cometa delle feste è ancora la protagonista del cielo. Comparsa a Natale, la C/2014 Q2 Lovejoy si prepara a diventare sempre più luminosa per la Befana e il 7 gennaio raggiungerà la distanza minima dalla Terra, pari a 70 milioni di chilometri. E' possibile vederla a occhio nudo già dall'inizio di dicembre e adesso si prepara a diventare una delle comete più luminose dell'emisfero settentrionale.


Nonostante la luce della Luna, particolarmente intensa in questi giorni, varrà comunque la pena osservare la cometa. Sarà possibile farlo sul canale Scienza e Tecnica dell'ANSA, nella diretta in streaming con il Virtual Telescope in programma permartedì 6 gennaio alle 20,00.

La C/2014 Q2 Lovejoy ''è una cometa notevole, luminosa e visibile a occhio nudo, naturalmente dai luoghi non inquinati dalle luci'', osserva l'astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope e coordinatore scientifico del Planetario di Roma. ''Vale davvero la pena di sfidare il bagliore della luna - prosegue Masi - perchè la cometa ci ha regalato finora una bellissima visione della sua coda. Confidiamo di poter osservarne l'evoluzione in diretta''.

A differenza di quanto accade con gli asteroidi, spiega, ''le comete mutano continuamente il loro aspetto a mano a mano che gas e polveri scivolano dal nucleo verso la coda''. Il risultato, aggiunge, è ''una coda che si modifica in tempo reale e si fa la sensazione che la cometa sia una cosa viva''.

Per vedere la cometa a occhio nudo bisogna guardare a Nord-Ovest di Orione (la cui Cintura è riconoscibile dalle tre stelle allineate), nello spazio compreso fra le costellazioni di Eridano e del Toro (riconoscibile per la brillante stella Aldebaran). Se la luce della Luna offuscherà lo spettacolo, a metà mese la cometa sarà visibile in tutta la sua bellezza perchè sarà alta sull'orizzonte.

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Antichi oceani la chiave per scoprire la vita su altri pianeti

La presenza di oceani antichissimi su un pianeta, proprio come accade sulla Terra, è indispensabile alla vita e costituisce il principale indizio per individuare i mondi esterni al Sistema Solare capaci di ospitare esseri viventi. Lo indica la ricerca condotta dal Centro di Astrofisica Harvard-Smithsonian e presentata nel convegno della Società Americana di Astronomia in corso negli Stati Uniti, a Seattle.

Proprio come accade sulla Terra, dove i suoi oceani esistono dalle prime epoche della formazione del pianeta, la stessa cosa potrebbe accadere sulle 'superterre' finora scoperte. Assumendo che l'evoluzione della vita su altri pianeti segua regole simili a quelle della Terra, secondo i ricercatori èpossibile scoprire forme di vita soltanto nei pianeti più antichi del nostro, nati cioè almeno cinque miliardi e mezzo di anni fa.

''Quando si considera se un pianeta si trova nella zona abitabile, pensiamo alla distanza dalla sua stella e alla sua temperatura, ma si dovrebbero considerare anche gli oceani'', osserva la coordinatrice della ricerca, Laura Schaefer. Sebbene l'acqua occupi il 70% della superficie della Terra, è appena una piccola frazione (appena il 10%) del pianeta, costituito soprattutto da rocce e ferro. Simulazioni al computer indicano che anche i pianeti di dimensioni confrontabili a quelle della Terra (dalla massa superiore da 2 a 5 volte) potrebbero avere oceani o averli avuti oceani per miliardi di anni e che siano evaporati solo quando la loro stella, diventata una gigante rossa, ha prodotto un calore tale da farli evaporare.


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Un 'MasterChef' per riconoscere i sosia della Terra


Come preparare un pianeta 'sosia' della Terra. Difficoltà: cinque stelline. Ingredienti: una 'tazza' di magnesio, una di silicio, due di ferro e altrettante di ossigeno, con un pizzico di zolfo e un goccio d'acqua portata dagli asteroidi. Procedura: mescolate bene, ponete vicino (ma non troppo) ad una giovane stella, cucinate ad alta temperatura per diversi milioni di anni e raffreddate fino a quando si forma una sottile crosta dorata. Nei casi più fortunati, la ciliegina sulla torta: potrebbero comparire forme di vita.

La ricetta arriva dai 'MasterChef' planetari, i ricercatori del Centro di Astrofisica Harvard-Smithsonian (CfA) guidati da Courtney Dressing, che l'hanno presentata nel congresso della Società americana di Astronomia in corso a Seattle, negli Stati Uniti. Lobiettivo è identificare pianeti rocciosi simili alla Terra in grado di ospitare forme di vita.

''Per trovarli, dovremmo focalizzare la nostra attenzione su pianeti che hanno dimensioni fino a 1,6 volte quelle della Terra, perchè solo questi sono mondi rocciosi'', spiega Courtney Dressing. Per giungere a questa conclusione, il suo gruppo ha misurato la massa di piccoli pianeti con dimensioni paragonabili a quelle della Terra, risalendo poi alla loro densità e composizione chimica. Tutto ciò è stato possibile grazie al Telescopio Nazionale Galileo (Tng) dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) alle Canarie, e in particolare grazie allo spettrografo Harps-N (High Accuracy Radial velocity Planet Searcher for the Northern emisphere), il più famoso cacciatore di pianeti extrasolari insieme al satellite Kepler della Nasa.

''Ogni anno - spiega il direttore del Tng, Emilo Molinari - dedichiamo 80 notti per confermare i candidati pianeti scoperti dalla sonda della Nasa, come il pianeta Kepler-93b appena identificato con questa ricerca. Harps-N - aggiunge - è uno strumento ad alta precisione che punta verso l'emisfero Nord, a differenza del suo predecessore e gemello montato all'osservatorio dello European Southern Observatory (Eso) in Cile. Il suo occhio permette di confermare la presenza dei pianeti misurando il movimento che questi imprimono sulla loro stella con una precisione del metro al secondo''.


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Estudo liga atividade solar ao nascer à expectativa de vida

Da France Presse
Imagem registrada no dia anterior e divulgada nesta quarta (8) mostra tempestade solar, fenômeno que poderá perturbar a atividade dos satélites, assim como das comunicações e das redes elétricas na Terra, segundo alertaram autoridades. (Foto: AP)Atividade solar pode influenciar na expectativa de
vida. (Foto: AP)
Um incomum estudo publicado nesta quarta-feira (7) por pesquisadores noruegueses afirma que as pessoas nascidas em períodos de calmaria solar vivem mais que os nascidos durante atividade solar intensa.
Os indivíduos nascidos durante os períodos agitados do Sol, marcados por poderosas deflagrações e tempestades geomagnéticas, têm uma esperança de vida menor, afirma o estudo.
Os pesquisadores compararam dados demográficos de noruegueses nascidos entre 1676 e 1878 com observações astronômicas do Sol e concluíram que 'a atividade solar durante o nascimento reduz a probabilidade de sobrevivência na idade adulta' e, desta forma, a esperança média de vida.
O estudo, publicado no jornal Proceedings of the Royal Society B, afirma que 'em média, a esperança de vida de indivíduos nascidos durante os períodos de atividade solar máxima têm 5,2 anos a menos de esperança de vida em relação aos nascidos durante períodos de atividade solar mínima'.
O Sol tem ciclos que duram cerca de 11 anos entre um período de maior atividade - o 'máximo solar'- e o seguinte, mas há exceções notáveis.
Os máximos solares se caracterizam pelo incremento nas manchas solares, deflagrações e ejeções de massa capazes de afetar as comunicações de rádio e as redes de transmissão elétrica na Terra, danificar satélites e perturbar os instrumentos de navegação.
A atividade solar também está relacionada aos níveis de radiação ultravioleta, um fator com impacto comprovado nas capacidades reprodutivas e que causa danos celulares, inclusive no DNA, recorda o estudo.
Realizado pela Universidade de Ciências e Tecnologia da Noruega, o estudo é baseado em dados demográficos obtidos a partir dos registros de igrejas envolvendo 8.600 indivíduos de duas comunidades diferentes da Noruega, uma pobre e outra rica.
Além da esperança de vida, nascer durante um máximo solar também 'reduziu significativamente' a fertilidade das mulheres nascidas na comunidade pobre, mas não na comunidade rica.
'Colocamos em evidência, pela primeira vez, que não apenas a mortalidade infantil e a esperança de vida, mas também a fertilidade, estão estatisticamente associadas à atividade solar ao nascer'.

Cientistas anunciam oito novos planetas em zonas habitáveis

Do G1 em São Paulo

Ilustração da Nasa mostra o tamanho de dois dos novos exoplanetas em comparação com a Terra (à esquerda) (Foto: Nasa)


Astrônomos anunciaram nesta terça-feira (6) que descobriram oito novos planetas orbitando suas estrelas a uma distância em que pode existir água líquida na superfície, o que os faz potencialmente habitáveis.
Com isso, duplicou-se o número de planetas pequenos (aé duas vezes o diâmetro da Terra) conhecidos em zonas habitáveis de suas estrelas-mãe. Entre estes oito novos, a equipe identificou dois que são o mais parecidos com a Terra que quaisquer exoplanetas (planetas fora do nosso Sistema Solar) conhecidos até então.
"A maioria desses planetas tem uma boa chance de ser rochoso, como a Terra", diz o principal autor Guillermo Torres, do Centro de Astrofísica Harvard-Smithsonian  (CfA).
Nasa busca nova função para telescópio espacial Kepler. (Foto: Nasa)Telescópio espacial Kepler. (Foto: Nasa)
Os resultados foram anunciados em um encontro da Sociedade Astronômica Americana.
Os dois planetas mais parecidos com a Terra do grupo são o Kepler-438b e o Kepler-442b. Ambos orbitam estrelas anãs vermelhas que são menores e mais frias do que o nosso Sol Kepler-438B orbita a sua estrela a cada 35 dias, enquanto Kepler-442b completa uma órbita a cada 112 dias.
Com um diâmetro 12% maior que o da Terra, Kepler-438B tem uma chance de 70% de ser rochoso, de acordo com os cálculos da equipe. Kepler-442b é cerca de um terço maior que a Terra, mas ainda tem uma chance de 60% de ser rochoso.
"Não sabemos com certeza se qualquer um dos planetas em nossa amostra são verdadeiramente habitáveis", explica David Kipping co-autor do estudo. "Tudo o que posso dizer é que eles são candidatos promissores".
Os novos planetas foram encontrados graças ao telescópio espacial Kepler, da Nasa. Com os oito novos exoplanetas, esse equipamento chegou à extraordinária marca de mil descobertos.

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