sábado, 26 de julho de 2014

Morre no Rio o astrônomo carioca Ronaldo Mourão

Pesquisador tinha 79 anos e estava internado no Quinta D'Or.
Suas pesquisas são destaque no campo das estrelas duplas.

Do G1 Rio
Ronaldo Mourão - imagem Google
Morreu na noite desta sexta-feira (25), aos 79 anos, o astrônomo carioca Ronaldo Mourão. Ele estava internado no Quinta D’Or, em São Cristóvão, Zona Oeste do Rio. As causas da morte ainda não foram divulgadas.
Ronaldo Rogério de Freitas Mourão foi um dos mais importantes astrônomos no Brasil. As suas principais contribuições astronômicas foram efetuadas no campo das estrelas duplas, asteróides, cometas e estudos das técnicas de astrometria fotográfica.

Mourão ingressou na Universidade do Estado da Guanabara (atual UERJ) em 1956 e diplomou-se em Física quatro anos depois. No mesmo ano em que ingressou na universidade foi nomeado auxiliar de Astrônomo do Observatório Nacional.

Logo no início de suas atividades ele editou suas observações do planeta Marte feitas antes mesmo de sua admissão. Algumas delas foram reproduzidas em revistas estrangeiras importantes da astronomia.
Em 1967 ele concluiu o doutorado na Universidade de Paris com menção "Très Honorables". Em dezembro desse ano voltou para o Brasil, reassumindo suas funções como astrônomo no Observatório Nacional e de Pesquisador no Conselho Nacional de Pesquisa. No ano seguinte foi nomeado Astrônomo-Chefe da Divisão de Equatoriais.
Mourão também elaborou todos os verbetes sobre Astronomia e Astronáutica do Novo Dicionário da Língua Portuguesa (1975 e 1986) de Aurélio Buarque de Holanda.
Em 1978, Mourão recebeu pelo conjunto de seus trabalhos, o Prêmio José Reis de divulgação científica, do Conselho Nacional de Desenvolvimento Científico e Tecnológico.
Nota do Observatório Astronômico Monoceros
Ronaldo Rogério de Freitas Mourão era membro da Diretoria do Observatório Monoceros na ára de Consultoria Científica.
Na foto, Mourão na Semana de Astronomia de Além Paraíba com a Presidente Lucimary Vargas
http://www.monoceros.xpg.com.br/fotos.htm




sexta-feira, 25 de julho de 2014

Scovare gli alieni andando a caccia di inquinamento


Anche gli alieni inquinano: può apparire banale, ma trovare un pianeta inquinato dimostrerebbe inequivocabilmente la presenza di vita 'intelligente'. Un gruppo di ricerca del Centro per l'Astrofisica Harvard-Smithsonian ha dimostrato, in uno studio pubblicato su The Astrophysical Journal, che la nuova generazione di telescopi spaziali saranno in grado di rilevare, in particolari condizioni, la presenza di inquinanti come i Cfc nell'atmosfera di pianeti extrasolari.

Lo studio per la ricerca di forme di vita aliena si concentra da sempre nell'individuare la presenza su altri pianeti dei cosiddetti mattoni fondamentali, come ossigeno metano oppure acqua. Si tratta di elementi che indicherebbero la possibile presenza di forme di vita ma che nulla ci direbbero che che tipo di esseri potrebbero essere presenti, se semplici microrganismi oppure creature intelligenti. 

Gli inquinanti, spiegano i ricercatori, sarebbero una prova di vita 'intelligente' anche se “forse civiltà più avanzate della nostra – ha spiegato Henry Lin, uno dei responsabili dello studio – potrebbero considerarlo in realtà come un segno di vita 'non-intelligente'. Non è infatti intelligente inquinare la propria aria”. A meno che questi alieni non siano iper-ecologisti, i ricercatori si dicono sicuri che in particolari condizioni il prossimo telescopio spaziale James Webb potrebbe individuare tracce di inquinamento alieno nei pianeti extra solari. I suoi strumenti saranno infatti in grado di individuare la presenza nell'atmosfera di clorofluorocarburi (Cfc) ma solo nell'atmosfera di pianeti che orbitano attorno a stelle nane bianche.

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Terra se salvou por pouco de forte tempestade solar em 2012, diz estudo


Da France Presse - Em 2012, uma erupção solar provocou uma poderosa tempestade que passou perto da Terra, mas que era grande o suficiente para "devolver a civilização moderna ao século 18", informou a Nasa. O fenômeno, que passou perto da órbita terrestre em 23 de julho de 2012, foi a tempestade mais poderosa dos últimos 150 anos, segundo comunicado publicado no site da agência espacial americana na quarta-feira. Na Terra, no entanto, ninguém se deu conta disso.

"Se a erupção tivesse acontecido uma semana antes, a Terra teria ficado na trajetória", disse Daniel Baker, professor de Física Atmosférica e Espacial da Universidade do Colorado.
Ao invés disso, a tempestade impactou a nave espacial STEREO-A spacecraft, um observatório solar equipado 'para medir parâmetros de eventos deste tipo', acrescentou a agência. Segundo dados analisados por cientistas, a tempestade teria sido comparável à última conhecida com o nome de Carrington e que aconteceu em 1859. Também teria sido duas vezes mais forte que a tempestade solar que deixou sem energia a província de Quebec, no Canadá, em 1989.
A Academia Nacional de Ciências avaliou que uma tempestade solar como a de 1859 poderia custar hoje US$ 3 bilhões e poderia levar anos de reparos. Os especialistas afirmam que as tempestades solares provocam apagões, o que bloqueia qualquer aparelho, de um rádio a um GPS, passando pelo fornecimento de água que depende de bombas elétricas."Com os últimos estudos, me convenci ainda mais de que os habitantes da Terra são incrivelmente sortudos por essa erupção de 2012 ter ocorrido como foi", disse Baker.

As tempestades costumam ser repelidas pelo escudo magnético da Terra, mas um impacto direto poderia ser devastador. Há 12% de probabilidades de que uma grande tempestade solar como a de Carrington atinja a Terra nos próximos dez anos, segundo o físico Pete Riley, que publicou recentemente um artigo na revista Space Weather sobre esse tema.
Sua pesquisa se baseou em uma análise de registros de tempestades solares nos últimos 50 anos.

quinta-feira, 24 de julho de 2014

Prima mappa della 'periferia' di una galassia

Osservato l'alone di stelle che circonda la galassia Centaurus A (fonte: ESA/Hubble, NASA, Digitized Sky Survey, MPG/ESO,Davide de Martin


Per la prima volta il telescopio spaziale Hubble ha osservato la periferia di una galassia, scoprendo che questo alone di stelle dai confini indefiniti è molto più esteso del previsto e ricca di elementi pesanti, come i principali 'ingredienti' delle stelle, idrogeno ed elio. La scoperta, in via di pubblicazione sull'Astrophysical Journal, si deve al gruppo dello European Southern Observatory (Eso) a Garching, coordinato da Marina Rejkuba. Ha collaborato l'italiana Laura Greggio, dell'Osservatorio di Padova dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf).

Nato dalla collaborazione tra la Nasa e l'Agenzia Spaziale Europea (Esa), il telescopio Hubble ha osservato la fascia di stelle che circonda la galassia ellittica gigante Centaurus A. Le immagini indicano che le stelle della periferia tracciano un alone che raggiunge una distanza dal centro della galassia molte volte superiore di quella attesa ed ha una forma irregolare. L'estensione di questa zona è tale che, secondo i ricercatori, può essere considerata un nuovo componente della galassia e avere un ruolo importantissimo. Potrebbe infatti custodirne la memoria della formazione e dell'evoluzione.

L'alone è così vasto da estendere di 16 volte il raggio finora noto della galassia, pari a 295.000 anni luce: una distanza considerevole, visto che il raggio della Via Lattea ha un diametro di 120.000 anni luce. ''Neppure a queste enormi distanze abbiamo ancora raggiunto i confini dell'alone di stelle, ne' siamo riusciti a individuare quelle più antiche'', osserva Greggio. Scoprirle sarebbe importante per conoscere i segreti della formazione delle galassie.


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Il 29 luglio il lancio della navetta Atv



E' stato fissato per il 29 luglio (le 1,44 del 30 luglio in Italia) il lancio dell'ultima delle navette europea senza equipaggio (Atv). Inizialmente previsto per il 24 luglio, il lancio era stato rinviato nei giorni scorsi per eseguire verifiche al sistema di lancio dell'Ariane 5.

La società che gestisce il lancio, Arianespace, rende noto che tutte le verifiche sono state completate ed è quindi possibile fissare la nuova data di lancio.



Dedicata al fisico Georges Lemaitre, la navetta dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) porterà rifornimenti e materiali scientifici a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, alla quale resterà agganciata per sei mesi. La missione è la quinta e ultima delle navette Atv, costruite tra Germania e Italia, dalle aziende Eads Astrium e Thales Alenia Space


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Un laboratorio cosmico per studiare l'evoluzione delle stelle


L'ammasso stellare NGC 3293 (fonte: ESO)

È un vero e proprio laboratorio cosmico, l'ammasso stellare NGC 3293 nella costellazione della Carena: permetterà agli astronomi di capire meglio come si evolvono le stelle. Lo hanno scoperto i telescopi dello European Southern Observatory (Eso) sulle Ande cilene. 

L'ammasso stellare ha 'appena' 10 milioni di anni (è quindi giovanissimo, considerando che il nostro Sole ha quattro miliardi e mezzo di anni) e si trova a circa 8.000 anni luce dalla Terra ed è stato osservato per la prima volta nel 1751 dall'astronomo francese Nicolas-Louis de Lacaille. È uno degli ammassi più brillanti del cielo australe e si vede facilmente a occhio nudo in una notte buia e serena.

Ammassi di questo tipo contengono stelle che si sono formate più o meno nello stesso periodo, alla stessa distanza dalla Terra e dalla stessa nube di gas e polvere e perciò con la stessa composizione chimica. Sono quindi oggetti ideali per mettere alla prova le teorie sull'evoluzione stellare.

Gli astronomi ritengono che la maggior parte, se non la totalità delle 50 stelle di questo ammasso, si siano formate in un unico evento. Anche se queste stelle hanno tutte la stessa età, non tutte hanno lo stesso aspetto abbagliante di una stella durante la sua 'infanzia'. Alcune sembrano decisamente più vecchie, dando agli astronomi la possibilità di esplorare come e perché le stelle si possano evolvere con ritmi diversi.



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Pianeti extrasolari misteriosamente 'a secco'

Rappresentazione artistica di pianeta gigante esterno al Sistema Solare (fonte: Haven Giguere e Nikku Madhusudhan)


L'acqua sui pianeti extrasolari è 'misteriosamente' poca: sono le conclusioni ottenute dalla più precisa misurazione della quantità di acqua presente in un pianeta esterno al Sistema Solare. L'analisi dell'atmosfera di tre pianeti giganti, distanti dalla Terra tra 60 e 900 anni luce è stata realizzata dall'Università di Cambridge ed è pubblicata sull'Astrophysical Journal Letters. le nuove misure mettono in crisi la teoria di riferimento sulla formazione dei pianeti.

A scombinare i modelli dei planetologi sono i giganti gassosi, HD 189733b, HD 209458b e WASP-12b, che fanno parte della categoria cosiddetta dei 'Giove caldi' in quanto simili a Giove ma con una temperatura molto più alta. I dati ottenuti da Hubble, il telescopio spaziale della Nasa e dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa), hanno infatti dimostrato che la loro atmosfera possiede tra dieci e mille volte meno acqua di quanto ipotizzato finora.

Le misure, le più precise di questo tipo mai eseguite, mettono in crisi le attuali teorie di riferimento sulla formazione dei pianeti. ''E' come aprire una scatola di vermi'', ha detto il responsabile dello studi, Nikku Madhusudhan. Le misure, ha aggiunto, ''creano infatti una situazione complicata: ci aspettavamo che questi pianeti avessero molta acqua nell'atmosfera. Ora dobbiamo rivedere i modelli di formazione e 'migrazione' dei pianeti giganti, in particolare dei Giove caldi, per comprendere come si sono formati".

La mancanza d'acqua però potrebbe anche essere spiegata dalla presenza di eventuali polveri o nubi che non permettono di analizzare la profondità dell'atmosfera. In ogni caso i dati dimostrano la grande sensibilità raggiunta dagli strumenti e fanno ben sperare sulla capacità futura, anche grazie ai successori di Hubble, di poter un giorno individuare possibili gemelli della Terra.


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quarta-feira, 23 de julho de 2014

Fapesp se une a consórcio global para construção de telescópio gigante

Acordo prevê que Fapesp invista US$ 40 milhões para participação de 4%.
Giant Magellan Telescope (GMT) terá diâmetro de 25 metros.


G1 em SP


Ilustração projeto de Giant Magellan Telescope (GMT): instrumento terá 7 espelhos primários de 8,4 metros de diâmetro cada um, totalizando 25 metros de diâmetro. (Foto: Giant Magellan Telescope/Divulgação)

A Fundação de Amparo à Pesquisa do Estado de São Paulo (Fapesp) decidiu se unir ao projeto do Giant Magellan Telescope (GMT) – telescópio gigante que deve ser instalado no Observatório Las Campanas, no Deserto do Atacama, no Chile. A informação foi confirmada pelo pesquisador Hernan Chaimovich, coordenador dos Centros de Pesquisa, Inovação e Difusão (CEPIDs) da Fapesp. Segundo ele, a decisão é resultado de mais de dois anos de avaliações.

O consórcio internacional firmado para a construção do GMT reúne atualmente 10 parceiros, entre eles instituições dos Estados Unidos, da Austrália e da Coreia. Mas, para financiar o projeto completo, o consórcio ainda buscava o apoio de novos parceiros. Pela proposta, a Fapesp tem de desembolsar US$ 40 milhões para se unir ao projeto e garantir uma participação de 4% no tempo de uso do telescópio por pesquisadores do estado de São Paulo. A previsão é que o GMT entre em funcionamento em cerca de 10 anos.

A função de telescópios da classe do GMT é identificar com detalhes as características de planetas e fenômenos cada vez mais distantes no universo.
Wendy Freedman, presidente do GMT, apresenta projeto na Fapesp, em São Paulo, nesta quarta-feira (13). (Foto: Eduardo Cesar/FAPESP)Wendy Freedman, presidente do GMT, apresenta
projeto na Fapesp, em São Paulo, em novembro de
2013. (Foto: Eduardo Cesar/FAPESP)
“Foi uma decisão tomada com muito cuidado, os pareceres científicos foram emitidos por assessores do mundo todo”, afirma Chaimovich. Em novembro do ano passado, representantes do projeto GMT vieram a São Paulo para participar de um workshop promovido pela Fapesp para apresentar detalhes do telescópio gigante para a comunidade científica do país.
Pesquisadores brasileiros da área de astronomia também apresentaram seus estudos durante o evento e demonstraram de que maneira o acesso ao GMT poderia contribuir para seus projetos.
“Houve todo um processo cujo resumo foi colocado para o Conselho Superior da Fapesp pelo diretor científico e, quem decide no fim, por ser um investimento importante, é o Conselho Superior”, diz Chaimovich. Segundo o pesquisador, está também em curso uma negociação entre a Fapesp e o Ministério da Ciência e Tecnologia (MCTI) para que o governo federal contribua com os custos da participação, para que pesquisadores de todos os estados brasileiros possam usufruir do telescópio.
Outros projetos
Existem outros dois projetos de telescópios gigantes no mundo: o European Extremely Large Telescope (E-ELT) e o Thirty Meter Telescope (TMT). O Brasil ainda decide atualmente se vai ou não ser um dos parceiros no projeto do E-ELT, coordenado pelo Observatório Europeu do Sul (ESO). Em 2010, o então ministro brasileiro da Ciência e Tecnologia, Sergio Rezende, assinou o contrato de adesão, mas o processo ainda precisa ser aprovado pelo Congresso Nacional.

Caso a participação brasileira seja aprovada, o custo de adesão inicial que o Brasil deve quitar é de 130 milhões de euros, fora as contribuições anuais que já passaram a ser contabilizadas desde 2010.
Adesão ao consórcio do GMT custa US$ 50 milhões. (Foto: Giant Magellan Telescope/Divulgação)Adesão ao consórcio do GMT custa US$ 40 milhões.
(Foto: Giant Magellan Telescope/Divulgação)
Atualmente, os pesquisadores brasileiros têm acesso a telescópios de 8 metros, que são considerados muito grandes. A próxima geração de telescópios, que são os gigantes, tem entre 25 metros (o GMT) e 39 metros (o E-ELT).
“Eles servem para ver as coisas em detalhes muito maiores. Com esse telescópio, teria como observar planetas do tipo da Terra, muito próximos a estrelas, que tivessem condições de desenvolver vida. Ou então ir cada vez mais longe, no fundo do universo e ver as primeiras galáxias se formando e ir voltando no tempo para ver como o universo começou a brilhar”, diz o astrônomo Cássio Barbosa, professor da Universidade do Vale do Paraíba (Univap)
Menos riscos
Para a pesquisadora Wendy Freedman, presidente do GMT, o projeto tem poucos riscos, já que os principais desafios técnicos já foram superados. O telescópio será constituído por 7 espelhos primários com 8,4 metros de diâmetro cada um. Cada um dos espelhos primários terá um espelho secundário correspondente, de diâmetro menor. O primeiro dos espelhos já foi desenvolvido, polido e testado. Dois outros espelhos estão em processo de fabricação e o material do quarto espelho já foi comprado.

“Nós já testamos os componentes primários de engenharia que serão usados no telescópio. Em termos de seu diâmetro, ele é menor. Por isso, no total, ele tem o menor custo e os menores riscos técnicos em comparação com os outros projetos”, disse Wendy, em novembro.
Ela afirma que a adesão ao projeto seria importante para os jovens pesquisadores brasileiros. “Haverá no máximo três telescópios gigantes no mundo e este estará na primeira linha. Será uma oportunidade incrível, especialmente para os astrônomos mais jovens do Brasil, que poderão estar na primeira linha da astronomia.”
GMT será construído no deserto do Atacama, no Chile. (Foto: Giant Magellan Telescope/Divulgação)



segunda-feira, 21 de julho de 2014

Il Sole è diventato silenzioso




Il Sole è improvvisamente diventato 'silenzioso', quieto come non lo era più da quasi tre anni. Le macchie sulla sua superficie sono infatti ridotte al minimo, come indicano le immagini inviate a Terra dall'osservatorio solare della Nasa che controlla costantemente la nostra stella, il Solar Dynamics Observatory (Sdo).

La quiete arriva dopo un lungo periodo di attività effervescente, con eruzioni spettacolari che più volte, negli ultimi tre anni, hanno fatto temere tempeste magnetiche e provocato splendide aurore polari. Proprio nel 2013 era previsto il picco dell'attività solare e soltanto all'inizio di luglio le macchie solari erano abbondanti e importanti per dimensioni.

Adesso, però, sono quasi ridotte a zero. La superficie del Sole appare calma e 'pulita', alterata solo da tre minuscole macchie: fenomeni che secondo gli esperti non possono essere considerati un'alterazione della quiete. Per l'Agenzia americana per l'Atmosfera e gli Oceani (Noaa) nessuna delle deboli macchie avrebbe caratteristiche tali da generare le eruzioni solari che scagliano nello spazio (e spesso verso la Terra) sciami di particelle solari.

Prima di questo silenzio del Sole, l'ultimo lungo periodo di quiete c'era stato nell'agosto 2011. Anche allora il Sole si era preso una breve pausa nel mezzo di un anno di attività intensa. Tutto farebbe pensare che ora stia accadendo la stessa cosa, ma gli esperti preferiscono essere prudenti e non fare alcuna previsione: ''impossibile - dicono - prevedere il comportamento del Sole''.



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terça-feira, 15 de julho de 2014

Dopo 45 anni dallo sbarco sulla Luna si punta a Marte

La Nasa celebra i 45 anni dallo sbarco sulla Luna, guardando ai primi uomini su Marte (fonte: NASA



L'impronta del primo uomo sulla Luna si tinge di rosso: il grigio del suolo lunare gradualmente sfuma nella ruggine del suolo marziano nel poster con cui la Nasa celebrare i 45 anni dallo sbarco sulla Luna. Per l'agenzia spaziale americana l'arrivo dei primi uomini sulla Luna con la missione Apollo 11, il 20 luglio 1969, non è soltanto un anniversario storico. E' invece l'occasione per guardare al futuro, con una missione su un asteroide in programma fra il 2020 e il 2030 e l'arrivo del primo uomo su Marte fra il 2030 e il 2040.

Si guarda innanzitutto al programma Orion, la capsula costruita per la Nasa dalla Lockheed Martin e basata sulla navetta automatica Atv (Automated Transfer Vehicles), realizzata dalla Astrium per l'Agenzia Spaziale Europea (Esa). Il primo volo, senza uomini a bordo, è atteso in dicembre e per la Nasa è il banco di prova per testare la tecnologia capace di portare il primo equipaggio umano sul pianeta rosso. Ancora oggi gli Stati Uniti sono decisi a mantenere la leadership conquistata 45 anni fa. Ma questa volta dovranno farlo con la collaborazione dei privati: oltre alla Lockheed Martin ci sono la Orbital, con le navette Cygnus che assicurano i rifornimenti alla Stazione Spaziale Internazionale, e la Space X, con le navette Dragon.

A differenza di 45 anni fa, per Nasa la Luna non è più l'obiettivo principale, ma l'occasione per sperimentare tecniche per 'navigare' nell'orbita di Marte e delle sue Lune. ''Lo spazio intorno alla Luna - rileva la Nasa - è diverso rispetto alla bassa orbita terrestre'', come quella in cui si trova la Stazione Spaziale. E' invece ''molto simile a quello che una navetta come Orion potrebbe incontrare nel viaggio verso Marte'', con un intenso bombardamento di particelle provenienti dal Sole e dalle profondità del cosmo. La Luna potrebbe infine diventare una ''palestra'' per allenare gli astronauti alle passeggiate spaziali nello spazio profondo, così come ad abituarsi ai ritardi nelle comunicazioni con la Terra imposti dalla distanza.


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Caccia ai gemelli del Sole

Misurata l'età di 22 stelle simili al Sole partendo dalla loro velocità di rotazione (fonte: David A. Aguilar, CfA)


Il Sole ha almeno 22 'gemelli': tante sono le stelle che somigliano alla nostra non solo per massa, temperatura e spettro, ma anche e soprattutto per età. Lo dimostra lo studio pubblicato sulla rivista The Astrophysical Journal Letters dai ricercatori del centro di Astrofisica americano Harvard-Smithsonian di Cambridge, i primi ad usare in maniera sistematica una nuova tecnica per calcolare l'età delle stelle in base alla loro velocità di rotazione.

Questa metodica si chiama 'girocronologia' e misura il periodo di rotazione delle stelle usando come punto di riferimento le macchie che spesso compaiono sulla loro superficie. Lo spostamento di questi punti scuri attraverso la 'faccia' visibile della stella determina una lievissima variazione della sua luminosità, che può essere apprezzata solo con strumenti molto sensibili. 

Per questo motivo i ricercatori hanno usato il telescopio spaziale Kepler della Nasa, e grazie al suo 'occhio' infallibile hanno scoperto che, mentre il Sole impiega 25 giorni per ruotare su se stesso, le sue 'gemelle' lo fanno in 21 giorni: siccome le stelle rallentano col passare degli anni, un po' come noi umani, allora è possibile dedurre che le 'gemelle' del Sole siano leggermente più giovani della nostra stella, che conta ormai 4,5 miliardi di anni.

''Grazie alle stelle gemelle del Sole possiamo studiare passato, presente e futuro di un Sole lontano come se si trattasse del nostro'', ossserva il coordinatore dello studio, Jose Dias do Nascimento. ''Di conseguenza - aggiunge - anche prevedere come sistemi planetari simili al nostro possano essere influenzati dalla naturale evoluzione delle loro stelle ospiti''.


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Un 'lampo' rivela i segreti delle prime stelle

Giunto a Terra dopo viaggio di 4 mld anni, osservato da italiani

Rappresentazione artistica del lampo gamma GRB 130925A (fonte: NASA/Swift/A. Simonnet, Sonoma State Univ.)


Una delle esplosioni più potenti dell'universo 'fa luce' sui segreti delle prime stelle e conferma quanto gli astrofisici prevedevano da tempo, ossia che erano prive di metalli. Ad analizzarla, sulla rivista The Astrophysical Journal Letters, è il gruppo di ricerca coordinato dall'italiano Luigi Piro, dell'Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziale dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf-Iaps).

L'esplosione è avvenuta in una galassia lontanissima ed ha prodotto un lampo di raggi gamma che ha impiegato quattro miliardi di anni per raggiungere la Terra e dalla durata eccezionalmente lunga. Indicato con la sigla GRB130925A, il lampo è durato circa sei ore, anziché qualche decina di secondi come i lampi finora osservati, permettendo così agli astronomi di studiarne le proprietà. "Analizzando questo lampo gamma abbiamo avuto la conferma che le prime stelle che si sono formate dopo il Big Bang non avevano metalli'', osserva Piro. "La scoperta - aggiunge - ci fornisce indicazioni su come andare a cercare le stelle nate subito dopo il Big Bang".

A scatenare il lampo è stata l'esplosione di una stella, una supergigante blu, di grandissima massa e con una composizione simile a quella che dovevano avere i primi astri che si sono accesi poco dopo la nascita dell'universo avvenuta oltre 13 miliardi di anni fa.

 Il fenomeno è stato osservato da terra con l'Australia Telescope Compact Array del Consiglio nazionale delle ricerche australiano (Csiro), e dallo spazio, con i satelliti Xmm dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Swift della Nasa, al quale ha collaborato anche l'Italia. "Mettere insieme queste osservazioni è stato determinante per avere una visione completa di questo evento", ha detto Eleonora Troja, del Goddard Space Flight Center della Nasa e coautrice dell'articolo.


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