Do Bom dia Brasil
Segundo os pesquisadores americanos, durante as tempestades nesses
planetas, os raios liberam átomos de carbono, que se transformam em
grafite e depois em diamante. Seriam mil toneladas de diamantes todo o
ano.
terça-feira, 15 de outubro de 2013
sexta-feira, 4 de outubro de 2013
Prima mappa delle nuvole di un mondo alieno
Sulla sinistra una rappresentazione del pianeta Kepler-7b, assanto a Giove
(fonte: NASA/JPL-Caltech)
E' stata pronta la
prima mappa delle nuvole di un pianeta esterno al Sistema Solare: il
risultato, annunciato sulla rivista Astrophysical Journal Letters, e'
stato possibile grazie ai dati forniti dai telescopi spaziali della
Nasa, Kepler e Spitzer. Il pianeta si chiama Kepler-7b ed e' un gigante
gassoso simile a Giove, per gli autori e' un primo passo verso
l'utilizzo di tecniche simili per studiare le atmosfere di pianeti
simili alla Terra.
Il gruppo coordinato da Brice Olivier Demory del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Cambridge ha scoperto che il cielo del pianeta e' coperto di nuvole nella parte occidentale ed e' sereno ad est. ''Osservando questo pianeta per piu' di tre anni, siamo stati in grado di produrre una 'mappa' a bassa risoluzione di questo gigante gassoso'', ha spiegato Demory. ''Non ci aspettavamo di vedere oceani o continenti su questo tipo di mondo " ha aggiunto - ma abbiamo rilevato una chiara firma riflettente che abbiamo interpretato come nuvole''. Kepler-7b e' stato fra i primi pianeti extrasolari scoperti dal telescopio Kepler, che in quattro anni ha individuato oltre 150 pianeti 'alieni'. Ora il telescopio e' inutilizzabile perche' si e' guastato il sistema di puntamento ma gli astronomi continuano a lavorare sulla enorme mole di dati raccolti.
Le osservazioni nella luce visibile di Kepler-7b hanno portato a una mappa approssimativa del pianeta che ha mostrato un punto luminoso sul suo emisfero occidentale. Ma questi dati non erano sufficienti a capire se il punto luminoso corrispondesse a nuvole o al calore.
Il gruppo coordinato da Brice Olivier Demory del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Cambridge ha scoperto che il cielo del pianeta e' coperto di nuvole nella parte occidentale ed e' sereno ad est. ''Osservando questo pianeta per piu' di tre anni, siamo stati in grado di produrre una 'mappa' a bassa risoluzione di questo gigante gassoso'', ha spiegato Demory. ''Non ci aspettavamo di vedere oceani o continenti su questo tipo di mondo " ha aggiunto - ma abbiamo rilevato una chiara firma riflettente che abbiamo interpretato come nuvole''. Kepler-7b e' stato fra i primi pianeti extrasolari scoperti dal telescopio Kepler, che in quattro anni ha individuato oltre 150 pianeti 'alieni'. Ora il telescopio e' inutilizzabile perche' si e' guastato il sistema di puntamento ma gli astronomi continuano a lavorare sulla enorme mole di dati raccolti.
Le osservazioni nella luce visibile di Kepler-7b hanno portato a una mappa approssimativa del pianeta che ha mostrato un punto luminoso sul suo emisfero occidentale. Ma questi dati non erano sufficienti a capire se il punto luminoso corrispondesse a nuvole o al calore.
Il telescopio spaziale Spitzer ha giocato un ruolo cruciale perche' osserva nell'infrarosso. Questa capacita' ha permesso di misurare la temperatura di Kepler-7b, che e' di circa 270 gradi, troppo 'fresca' per un pianeta che orbita in una regione molto vicina alla sua stella ed e' quindi improbabile che la macchia luminosa corrisponda a un punto di calore, piu' probabile invece che sia dovuta alla luce della stella riflessa dalle nuvole.
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quarta-feira, 2 de outubro de 2013
Ottobre con la Luna
Nell'attesa che la tanto attesa 'diva' dell'anno, la cometa Ison, mantenga le sue promesse, il cielo di ottobre ha come protagonista la Luna.
Sabato 12 tutte le attenzioni saranno infatti rivolte verso il nostro
satellite, che sarà protagonista della Notte della Luna con il Moonwatch
Party, la manifestazione internazionale promossa da ricercatori,
educatori e appassionati del cielo che prevede numerosi appuntamenti in tutto il mondo.
Decine le manifestazioni previste in tutta Italia per osservare la Luna, promosse da Unione Astrofili Italiani (Uai), Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), numerose università e osservatori. Il 12 ottobre si rinnova l'appuntamento internazionale Moonwatch Party, ideato per celebrare la regina della notte.
Decine le manifestazioni previste in tutta Italia per osservare la Luna, promosse da Unione Astrofili Italiani (Uai), Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), numerose università e osservatori. Il 12 ottobre si rinnova l'appuntamento internazionale Moonwatch Party, ideato per celebrare la regina della notte.
Le notti del mese vedranno scomparire lentamente la presenza di Mercurio e Saturno, mentre Venere apparirà particolarmente brillante nelle ore successive al tramonto.
Durante la prima decade sarà possibile osservare qualche stella cadente, in particolare le delta Aurigidi e le Draconidi.
Il cielo di ottobre ospiterà anche il passaggio di due comete: la P/2 Encke, che nei primi giorni del mese dovrebbe essere facilmente osservabile nelle ultime ore della notte, e la C/2013 R1 Lovejoy, che dovrebbe raggiungere la sua luminosità massima a fine mese. Le due comete saranno un 'antipasto' della tanto attesa Ison, anche se la sua crescita continua a mantenersi al di sotto delle previsioni, insinuando molti dubbi sul presunto e tanto auspicato spettacolo che dovrebbe regalarci a fine anno.
Il cielo di ottobre ospiterà anche il passaggio di due comete: la P/2 Encke, che nei primi giorni del mese dovrebbe essere facilmente osservabile nelle ultime ore della notte, e la C/2013 R1 Lovejoy, che dovrebbe raggiungere la sua luminosità massima a fine mese. Le due comete saranno un 'antipasto' della tanto attesa Ison, anche se la sua crescita continua a mantenersi al di sotto delle previsioni, insinuando molti dubbi sul presunto e tanto auspicato spettacolo che dovrebbe regalarci a fine anno.
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terça-feira, 1 de outubro de 2013
I segnali delle prime luci dell'universo
Il satellite Herschel ha
intercettato la deviazione subita dal fondo di radiazione cosmica
(fonte: ESA and the Planck Collaboration)
I segnali delle
prime luci che hanno brillato nell'universo sono stati intercettati da
un gioco di squadra fra il telescopio spaziale Herschel, dell'Agenzia
Spaziale Europea (Esa) e, a Terra, dal South Pole Telescope che si trova
in Antartide, presso la base americana Amundsen-Scott. Quello che gli
astronomi hanno intercettato è una debole curva nel segnale considerato
'l'eco' del Big Bang, il fondo di radiazione cosmica formato quando
l'universo aveva appena 380.000 anni.
I nuovi dati integrano la mappa dell'universo primitivo fornita da un altro telescopio spaziale europeo, Planck, nel marzo 2013. Il segnale intercettato da Herschel, rileva l'Esa, è già considerato un nuovo passo verso la conoscenza dei primi istanti di vita dell'universo.
I nuovi dati integrano la mappa dell'universo primitivo fornita da un altro telescopio spaziale europeo, Planck, nel marzo 2013. Il segnale intercettato da Herschel, rileva l'Esa, è già considerato un nuovo passo verso la conoscenza dei primi istanti di vita dell'universo.
La prima luce brillata nel cosmo è stata deviata nel suo viaggio verso la Terra dagli ammassi di galassie che si trovavano sulla sua strada e dalla materia oscura, la materia misteriosa che occuperebbe circa il 25% dell'universo. Secondo gli esperti dell'Esa il risultato potrebbe essere la prima dimostrazione di come si siano formate nell'universo giovanissimo e in rapida espansione anche le onde gravitazionali. Queste ultime, previste dalla teoria della relatività di Albert Einstein, sono l'eco generata ogni volta che variazioni nella massa dei corpi celesti perturbano il campo gravitazionale. Ciò accade generalmente in conseguenza di eventi molto violenti, come l'esplosione di supernovae, la collisione tra buchi neri, la rotazione di pulsar, o lo stesso Big Bang che ha dato origine all'universo.
Il ''fossile'' dell'eco del Big bang che possiamo osservare oggi, a 13,8 miliardi di distanza, è un universo disseminato da radio-onde alla temperatura di 2,7 gradi sopra lo zero assoluto. Variazioni minuscole di questa temperatura (pari a poche decine di milionesimo di grado) rivelano la 'mappa', nell'universo giovane, dei semi delle stelle e delle galassie che vediamo oggi.
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Planeta fora do Sistema Solar tem suas nuvens mapeadas pela 1ª vez
Telescópios espaciais Kepler e Spitzer, da Nasa, analisaram Kepler-7b.
Gigante gasoso é 3 vezes maior que Júpiter e tem temperatura 'escaldante'.
Do G1, em São Paulo
Exoplaneta
Kepler-7b (à esquerda), que tem 3 vezes o diâmetro de Júpiter
(direita), é o primeiro planeta fora do Sistema Solar a ter suas nuvens
mapeadas (Foto: Nasa/JPL-Caltech/MIT)
Uma equipe de astrônomos mapeou, pela primeira vez, as nuvens de um
planeta fora do Sistema Solar, chamado Kepler-7b. Os dados foram obtidos
ao longo de mais de três anos, em diferentes fases do planeta (como as
da Lua), por meio dos telescópios espaciais Kepler e Spitzer, da Nasa.
Com temperatura "escaldante", a mais de 1.000° C, esse gigante gasoso
tem três vezes o diâmetro de Júpiter e um céu com nuvens mais densas do
lado oeste. O Kepler-7b também reflete cerca de 50% da luz visível que
incide sobre ele, e sua órbita em torno da estrela principal dura apenas
cinco dias. Além disso, se o planeta pudesse ser colocado em uma
banheira cheia de água, acabaria flutuando.
Descoberto em 2010, esse corpo celeste foi um dos primeiros exoplanetas
detectados pelo telescópio Kepler, que ao todo já identificou mais de
150. Atualmente, o telescópio está com problemas em duas das quatro
rodas que lhe dão estabilidade e precisão, e enquanto isso os astrônomos
analisam os dados já
coletados por ele.
Segundo os cientistas, estudar a atmosfera de planetas fora do Sistema
Solar é um caminho para identificar possibilidade de vida em outras
partes do Universo, principalmente em corpos mais parecidos com a Terra
em tamanho e composição.
O mapa do Kepler-7b foi publicado na revista "Astrophysical Journal
Letters" e teve participação do Instituto de Tecnologia de Massachusetts
(MIT), do Instituto de Tecnologia de Pasadena, na Califórnia, do Centro
Nacional de Pesquisa Científica da França, e das universidades da
Califórnia, Yale e Northwestern, nos EUA, de Berna, na Suíça, e de
Liège, na Bélgica.
Sonda da Nasa detecta ingrediente de plástico na maior lua de Saturno
Missão Cassini identificou, pela primeira vez, propileno fora da Terra.
Produto químico é usado na fabricação de recipientes para alimentos.
Do G1, em São Paulo
Sonda Cassini, da Nasa, identificou presença de ingrediente plástico na atmosfera de Titã, a maior lua de Saturno. Esta é a primeira vez que o produto químico é encontrado fora da Terra (Foto: Nasa/AP)
A sonda espacial Cassini, da Nasa, identificou pela primeira vez um
ingrediente do plástico fora da Terra, na maior lua de Saturno. Pequenas
quantidades de propileno foram detectadas nas camadas mais baixas da
atmosfera enevoada de Titã, um dos alvos da missão, que orbita o planeta
dos anéis e seus satélites desde 2004.
A descoberta aparece na revista "Astrophysical Journal Letters" desta
segunda-feira (30). Anteriormente, a Cassini já havia visto sinais de
propileno em Titã, mas agora um instrumento da sonda mediu o calor vindo
de Saturno e de suas luas, e acabou comprovando a existência do
material.
Para os astrônomos, a detecção preenche uma misteriosa lacuna deixada
nas primeiras observações de Titã, feitas em um voo rasante pela sonda
Voyager 1 em 1980.
"Esse sucesso reforça nossa confiança de que vamos encontrar ainda mais
produtos químicos escondidos há muito tempo na atmosfera de Titã", diz o
cientista Michael Flasar, do Centro Espacial Goddard da Nasa, em
Greenbelt, Maryland.
Na Terra, o propileno se junta em longas cadeias para formar o produto
químico polipropileno, usado na fabricação de recipientes para
alimentos, copos, saca-rolhas, brinquedos, material hospitalar,
autopeças e combustível.
Hidrocarbonetos e metano
Segundo os cientistas, Titã também é um dos poucos corpos do Sistema Solar com uma atmosfera formada significativamente por hidrocarbonetos, compostos químicos naturais constituídos de átomos de carbono e hidrogênio, que se ligam a oxigênio, nitrogênio e enxofre. Essas substâncias químicas são a base do petróleo e dos combustíveis fósseis aqui na Terra.
Segundo os cientistas, Titã também é um dos poucos corpos do Sistema Solar com uma atmosfera formada significativamente por hidrocarbonetos, compostos químicos naturais constituídos de átomos de carbono e hidrogênio, que se ligam a oxigênio, nitrogênio e enxofre. Essas substâncias químicas são a base do petróleo e dos combustíveis fósseis aqui na Terra.
O segundo gás mais abundante nessa lua de Saturno é o metano,
considerado pelos astrônomos um possível indicador de presença de
micro-organismos, o que não foi detectado em Marte, por exemplo.
sexta-feira, 27 de setembro de 2013
'Maternidade' de estrelas a milhares de anos-luz é registrada em detalhes
Nebulosa Pata de Gato fica na constelação de Escorpião, a 5.500 anos-luz.
Telescópio de 12 m de diâmetro que fez imagem está instalado no Atacama.
Do G1, em São Paulo
Nebulosa Pata de Gato fica na constelação de Escorpião
(Foto: ArTeMiS team/Ph. André, M. Hennemann,V. Revéret et al./ESO/J. Emerson/VISTA Acknowledgment/Cambridge Astronomical Survey Unit)
Um "berçário" de estrelas chamado Nebulosa Pata de Gato (oficialmente,
NGC 6334) foi registrado com mais detalhes e nitidez por um novo
instrumento do telescópio Atacama Pathfinder Experiment (Apex),
instalado no platô de Chajnantor, no norte do Chile. O complexo é
operado pelo Observatório Europeu do Sul (ESO).
Essa "maternidade", composta por brilhantes e densas nuvens de poeira
cósmica, fica na constelação de Escorpião, a 5.500 anos-luz de distância
da Terra. A região toda tem cerca de 50 anos-luz de diâmetro e dezenas
de milhares de astros, alguns visíveis e outros escondidos atrás do gás e
da poeira. Esse é um dos locais de formação estelar mais ativos da Via
Láctea, com enormes astros jovens e azuis produzidos nos últimos milhões
de anos.
A imagem acima foi feita em lente grande angular pelo Artemis e pode
ser a primeira de muitas capazes de produzir mapas minuciosos do céu. O
telescópio Apex tem 12 metros de diâmetro e opera em comprimentos de
onda entre a radiação infravermelha e ondas de rádio eletromagnéticas.
Além de dados do Artemis, em laranja, a foto mistura informações
obtidas pelo telescópio Vista, também do ESO, instalado no Observatório
de Paranal, no norte do Chile.
quinta-feira, 26 de setembro de 2013
Ossigeno già nella Terra giovane
C'era ossigeno nell'atmosfera
terrestre già 3 miliardi di anni fa
(fonte: Image Science & Analysis
Laboratory, NASA Johnson Space Center)
L'ossigeno è
comparso nell'atmosfera terrestre 3 miliardi di anni fa, ben 700 milioni
di anni prima rispetto a quanto era stato ipotizzato finora. A
rivelarlo è la composizione chimica del terreno più antico del nostro
pianeta, analizzato dai ricercatori delle università danese di
Copenhagen e della canadese British Columbia a Vancouver. I risultati
della ricerca, pubblicati sulla rivista Nature, potrebbero addirittura
riscrivere la storia delle prime forme di vita sulla Terra.
Il terreno e le rocce al centro dello studio hanno tre miliardi di anni e provengono dal sito Kaapvaal Craton, nel Sudafrica nord-orientale. I ricercatori hanno analizzato la loro composizione chimica valutando in particolare la distribuzione degli isotopi del cromo e di alcuni metalli che indicano la presenza di un ambiente ossidativo: in questo modo hanno potuto verificare che l'ossigeno era già presente nell'atmosfera tre miliardi di anni fa (anche se a basse concentrazioni) per opera dei primi cianobatteri capaci di fare fotosintesi. Ricerche precedenti avevano invece stabilito che l'ossigeno avesse iniziato ad accumularsi in atmosfera 2,3 miliardi di anni fa, durante un periodo di grandi cambiamenti conosciuto come il 'Grande evento ossidativo'.
''Abbiamo sempre saputo che la produzione di ossigeno per opera della fotosintesi ha portato all'ossigenazione dell'atmosfera e all'evoluzione dei primi esseri viventi aerobi'', spiega il coordinatore della ricerca Sean Crowe, dell'università del British Columbia. ''Il nostro studio indica che il processo è iniziato molto presto nella storia della Terra - aggiunge l'esperto - suggerendo come la fotosintesi e la vita aerobica siano più antiche del previsto''. Per Lasse Dossing, dell'università di Copenhagen, ''questa scoperta significa che è servito molto tempo perchè i processi geologici e biologici arrivassero a creare l'atmosfera ricca di ossigeno che oggi respiriamo''.
Il terreno e le rocce al centro dello studio hanno tre miliardi di anni e provengono dal sito Kaapvaal Craton, nel Sudafrica nord-orientale. I ricercatori hanno analizzato la loro composizione chimica valutando in particolare la distribuzione degli isotopi del cromo e di alcuni metalli che indicano la presenza di un ambiente ossidativo: in questo modo hanno potuto verificare che l'ossigeno era già presente nell'atmosfera tre miliardi di anni fa (anche se a basse concentrazioni) per opera dei primi cianobatteri capaci di fare fotosintesi. Ricerche precedenti avevano invece stabilito che l'ossigeno avesse iniziato ad accumularsi in atmosfera 2,3 miliardi di anni fa, durante un periodo di grandi cambiamenti conosciuto come il 'Grande evento ossidativo'.
''Abbiamo sempre saputo che la produzione di ossigeno per opera della fotosintesi ha portato all'ossigenazione dell'atmosfera e all'evoluzione dei primi esseri viventi aerobi'', spiega il coordinatore della ricerca Sean Crowe, dell'università del British Columbia. ''Il nostro studio indica che il processo è iniziato molto presto nella storia della Terra - aggiunge l'esperto - suggerendo come la fotosintesi e la vita aerobica siano più antiche del previsto''. Per Lasse Dossing, dell'università di Copenhagen, ''questa scoperta significa che è servito molto tempo perchè i processi geologici e biologici arrivassero a creare l'atmosfera ricca di ossigeno che oggi respiriamo''.
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Il gigante cosmico dal cuore tranquillo
I bracci di gas colossali nell’ammasso della Chioma
(fonte: NASA/CXC/MPE/J. Sanders et al; Optical: SDSS)
E' nato da
collisioni cosmiche, ma ha un cuore tranquillo una delle più grandi
strutture note nell'universo: l'ammasso di galassie della Chioma. Al
centro ha bracci colossali di gas caldo che si estendono almeno per
mezzo milione di anni luce, descritti sulla rivista Science dal gruppo
coordinato da Jeremy Sanders, dell'istituto Max Planck per la Fisica
Extraterrestre a Garching.
I bracci sono stati osservati grazie ai telescopi spaziali a raggi X, Chandra della Nasa e XMM-Newton dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) e raccontano come l'ammasso della Chioma si è formato ed è cresciuto attraverso fusioni di piccoli gruppi e ammassi di galassie fino a diventare una delle più grandi strutture dell'universo.
Situato nella costellazione della Chioma di Berenice, a circa 350 milioni di anni luce da noi, questo ammasso è molto insolito, perché contiene due gigantesche galassie ellittiche vicine al centro che sono probabilmente i resti di due ammassi che si sono fusi in passato.
I bracci sono stati osservati grazie ai telescopi spaziali a raggi X, Chandra della Nasa e XMM-Newton dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) e raccontano come l'ammasso della Chioma si è formato ed è cresciuto attraverso fusioni di piccoli gruppi e ammassi di galassie fino a diventare una delle più grandi strutture dell'universo.
Situato nella costellazione della Chioma di Berenice, a circa 350 milioni di anni luce da noi, questo ammasso è molto insolito, perché contiene due gigantesche galassie ellittiche vicine al centro che sono probabilmente i resti di due ammassi che si sono fusi in passato.
I ricercatori pensano che i bracci di gas probabilmente si sono formati quando l'ammasso centrale, più caldo ha strappato con i suoi movimenti gas dagli ammassi di galassie più piccole.
Dalla loro lunghezza e dalla velocità del suono nel gas caldo (circa 4 milioni di chilometri orari), i bracci dovrebbero avere circa 300 milioni di anni, e sembrano avere una forma piuttosto regolare. Questa caratteristica fornisce alcuni indizi sulle condizioni del gas caldo nell'ammasso della Chioma e suggerisce che, al contrario dei modelli teorici, gli scontri fra galassie in questo ammasso non producono forti turbolenze, e che l'ambiente è abbastanza tranquillo.
Due dei bracci sembrano essere collegati a un gruppo di galassie situate
a circa due milioni di anni luce dal centro dell'ammasso e si collegano
a una struttura più grande che si estende per almeno 1,5 milioni di
anni luce. Una galassia dell'ammasso sembra avere una 'coda' molto
sottile di gas ed è probabilmente una prova del gas che le viene
strappato via.
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Ecco la stella 'Dr Jekyll e Mr. Hyde'
Rappresentazione artistica di un sistema binario composto da una pulsar a raggi X e una stella di piccola massa (fonte: ESA)
Una strana stella
trasformista, che si comporta come Dottor Jekyll e Mister Hyde, è stata
ritratta per la prima volta sulla rivista Nature dall'astrofisico
italiano Alessandro Papitto, dell'Istituto di studi spaziali di
Barcellona, in collaborazione con i ricercatori dell'Istituto Nazionale
di Astrofisica (Inaf).
E' una stella di neutroni, uno degli oggetti più densi dell'universo frutto dell'esplosione di una supernova, che in tempi rapidissimi passa dall'emissione intermittente di raggi X a quella di onde radio. Con il suo comportamento capriccioso, rappresenta l'anello mancante che gli astronomi cercavano da decenni. La stella di neutroni si chiama IGR J18245-2452 e si trova a 18.000 anni luce dalla Terra, in un ammasso chiamato Messier 28.
Scoperta per la prima volta nel 2005 da un gruppo di astronomi che la classificò come una sorgente intermittente (pulsar) di onde radio, è stata riscoperta una seconda volta nel 2013 nella sua veste di pulsar a raggi X.
E' una stella di neutroni, uno degli oggetti più densi dell'universo frutto dell'esplosione di una supernova, che in tempi rapidissimi passa dall'emissione intermittente di raggi X a quella di onde radio. Con il suo comportamento capriccioso, rappresenta l'anello mancante che gli astronomi cercavano da decenni. La stella di neutroni si chiama IGR J18245-2452 e si trova a 18.000 anni luce dalla Terra, in un ammasso chiamato Messier 28.
Scoperta per la prima volta nel 2005 da un gruppo di astronomi che la classificò come una sorgente intermittente (pulsar) di onde radio, è stata riscoperta una seconda volta nel 2013 nella sua veste di pulsar a raggi X.
La sua peculiarità sta proprio nell'essere l'''anello mancante'', come lo definisce Papitto, una fase di transizione tra due stadi della vita di una pulsar. ''Da oltre 30 anni la teoria prevede che le pulsar radio più veloci a ruotare fossero un tempo delle pulsar a raggi X che, catturando materiale da un disco di gas circostante prodotto dalla stella compagna, sono state portate a ruotare sempre più velocemente'', spiega Luigi Stella, dell'Osservatorio di Roma dell'Inaf.
''Dopo un intervallo di tempo di centinaia di milioni di anni - aggiunge il ricercatore- la materia proveniente dal disco si riduce fino a cessare completamente e la stella di neutroni diventa una pulsar radio in rapidissima rotazione''. Finora mancava però la prova diretta di un legame tra queste due fasi della vita delle pulsar, che è stata finalmente trovata nel comportamento capriccioso di questa stella grazie a una serie di osservazioni combinate dei telescopi orbitanti Integral e Xmm-Newton dell'Agenzia spaziale europea (Esa), seguite da altre indagini condotte dallo spazio con i satelliti Nasa Swift e Chandra, e da terra con radiotelescopi in Australia, Paesi Bassi e Stati Uniti.
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Há 4 bilhões de anos, Terra se parecia com lua de Júpiter, diz estudo
Do G1, em São Paulo
Io
é uma das quatro grandes luas de Júpiter e a com maior atividade
vulcânica do Sistema Solar. Na imagem acima, o material em preto e
vermelho corresponde a erupções recentes (Foto: Galileo
Mission/JPL/Nasa)
A Terra primitiva, há cerca de 4 bilhões de anos, tinha uma dinâmica
interna muito diferente da atual e pode ter se parecido com uma das
quatro grandes luas de Júpiter, chamada Io, que tem intensa atividade
vulcânica. Essa é a conclusão de um estudo feito por cientistas
americanos e publicado na revista "Nature" desta quarta-feira (25).
Segundo os autores – liderados por William B. Moore, da Universidade
Hampton e do Instituto Nacional do Aeroespaço dos EUA, e A. Alexander G.
Webb, da Universidade do Estado da Luisiana –, o trabalho fornece uma
nova perspectiva sobre a primeira geologia do nosso planeta.
A Terra se formou há 4,5 bilhões de anos, a partir de colisões de
fragmentos de protoplanetas (corpos celestes considerados o primeiro
estágio da evolução de um planeta). Naquela época, pertencente ao
período geológico Hadeano, grande parte do calor da Terra ficou presa no
núcleo (composto de metais, como ferro e níquel, e elementos
radioativos).
No período seguinte, conhecido como Arqueano – que começou por volta de
4 bilhões de anos atrás –, apareceram as primeiras rochas inteiras e
formas de vida unicelulares.
'Tubos de calor'
Hoje, a liberação de calor de dentro da Terra para fora é facilitada pelas placas tectônicas, mas esse transporte nem sempre foi assim. Moore e Webb criaram um modelo computacional e simulações numéricas para entender como o nosso planeta pode ter tido uma única placa com vários tubos vulcânicos por onde o calor e materiais circulavam entre o núcleo e a superfície.
Hoje, a liberação de calor de dentro da Terra para fora é facilitada pelas placas tectônicas, mas esse transporte nem sempre foi assim. Moore e Webb criaram um modelo computacional e simulações numéricas para entender como o nosso planeta pode ter tido uma única placa com vários tubos vulcânicos por onde o calor e materiais circulavam entre o núcleo e a superfície.
Esses "tubos de calor" seriam semelhantes aos que ocorrem em Io e podem
ajudar a compreender como a Terra evoluiu antes da formação das placas
tectônicas. As simulações feitas também indicam que a nossa litosfera
(camada sólida mais externa, dividida em placas) se transformou numa
superfície fria e grossa há cerca de 3,5 bilhões de anos, como resultado
de erupções frequentes que levaram materiais externos para dentro.
Após o aparecimento das placas tectônicas, foi registrada uma rápida
diminuição da atividade vulcânica e de transferência de calor por meio
desses tubos, destacaram os cientistas.
Nave russa Soyuz TMA-10M se acopla à ISS com 3 tripulantes a bordo
Da EFE
A nave russa Soyuz TMA-10M inicia manobra para se acoplar à ISS. (Foto: Nasa)
A nave russa Soyuz TMA-10M, com três tripulantes a bordo, se acoplou
com sucesso nesta quinta-feira (26) à Estação Espacial Internacional
(ISS), informou o Centro de Controle de Voos (CCVE) da Rússia.
A manobra, que aconteceu de forma automática, aconteceu às 23h48 (local), como estava previsto, segundo as agências locais.
A Soyuz foi lançada há menos de seis horas da base de Baikonur no Cazaquistão, com a ajuda de um foguete portador Soyuz-FG.
Cosmonautas russos Oleg Kotov e Sergei Riazanski e astronauta americano Michael Hopkins na ISS. (Foto: Nasa / Via AP Photo)
A tripulação da Soyuz TMA-10M é composta pelos cosmonautas russos Oleg
Kotov e Sergei Riazanski, e pelo astronauta americano Michael Hopkins.
Para Kotov, está é sua terceira viagem à Estação Espacial Internacional, enquanto para Riazanski e Hopkins, está é a primeira.
Segundo as previsões, os três astronautas permanecerão na estação
durante 168 dias e vão realizar várias caminhadas espaciais e diversos
experimentos científicos.
Nave russa Soyuz TMA-10M é lançada do cosmódromo de Baikonur, no Cazaquistão.
(Foto: Dmitry Lovetsky / AP Photo)
Entre outras coisas, receberão a tocha dos Jogos Olímpicos de Inverno
de Sochi 2014, que sairá pela primeira vez ao espaço exterior durante
uma caminhada no próximo dia 9 de novembro, segundo o Centro de
Treinamento de Cosmonautas da Rússia.
Precisamente, Kotov e Riazanski serão os encarregados de levar a tocha
olímpica para o espaço exterior pela primeira vez na história.
"A tocha, que sairá ao espaço exterior, é a mesma que acenderá a pira
com a chama olímpica de Sochi", disse Dmitri Chernishenko, presidente do
comitê organizador dos Jogos de Inverno.
Novo trio deve passar cinco meses e meio no espaço, onde fará experimentos científicos.
(Foto: Shamil Zhumatov / Reuters)
Na Estação Espacial estão o cosmonauta russo Fyodor Yurchikhin, o italiano Luca Parmitano e a americana Karen Nyberg, que retornarão ao planeta Terra no dia 11 de novembro.
Desde que os ônibus espaciais americanos foram aposentados, as naves Soyuz são o único meio de transporte entre a Terra e a ISS.
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