segunda-feira, 1 de junho de 2015

Hubble scopre l'origine dei getti di materia dei buchi neri

Hubble scopre l'origine dei getti di materia dei buchi neri (fonte: NASA/ESA/STScI)


Immagini straordinarie del telescopio spaziale Hubble hanno permesso di risolvere il mistero dei potentissimi getti di materia emessi dai buchi neri al centro di alcune galassie a velocità prossime a quelle della luce. Analizzati da un gruppo di astrofisici coordinati da Marco Chiaberge, dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), i dati di Hubble indicano che questi fenomeni cosmici hanno origine in galassie che si sono fuse con altre galassie. Pubblicato sulla rivista Astrophysical Journal, allo studio ha partecipato anche un altro italiano, Roberto Gilli, dell'Inaf.

I ricercatori hanno passato al setaccio galassie fotografate dal telescopio spaziale Hubble della Nasa e dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa). Non sono galassie comuni perché i loro nuclei sono molto luminosi e per questo vengono definite Nuclei Galattici Attivi. Questa luminosità proverrebbe dalla enorme quantità di materia che precipitando verso il grande buco nero al centro della galassia si riscalda ed emette un intenso flusso di radiazione elettromagnetica. Alcune di queste galassie emettono potenti getti di materia che si propagano per migliaia di anni luce nello spazio e in direzioni opposte, con velocità vicine a quella della luce. Inoltre, l'interazione fra le particelle cariche e il campo magnetico nei getti produce intense emissioni di onde radio. 

''Abbiamo scoperto che quasi tutte le galassie che presentano grandi quantità di emissioni radio, e quindi dotate di getti, hanno sperimentato processi di fusione'' rileva Chiaberge, che lavora anche negli Stati Uniti allo Space Telescope Science Institute e alla Johns Hopkins University. Secondo i ricercatori, dalla collisione tra due galassie che hanno al centro un buco nero, si può generare un buco nero massiccio che produce getti di materia quando questo, nel processo di fusione, acquista una elevata velocità di rotazione. Un'accelerazione che produrrebbe un eccesso di energia sufficiente per alimentare i getti.


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Su Marte aurore azzurre e luminose

La simulazione delle aurore azzurre di Marte nella Planeterella (fonte: D. Bernard/IPAG — CNRS)


Il cielo di Marte è colorato da aurore spettacolari, azzurre e molto luminose. A prevedere il fenomeno, visibile a occhio nudo nell'emisfero Sud marziano e per la prima volta su un pianeta diverso dalla Terra, sono i dati della sonda dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) Mars Express, confermati dalla missione Maven della Nasa.

Perciò se in futuro un astronauta camminasse sul suolo rosso in prossimità del Polo Sud di Marte, alzando gli occhi vedrebbe il cielo colorarsi di luci azzurre, rosse e verdi. Pubblicato sulla rivista Planetary and Space Science, il risultato si deve alla collaborazione fra Nasa, Istituto di Planetologia e astrofisica di Grenoble (Ipac), Esa e università finlandese di Aalto. Azzurro e blu sono i colori prevalenti nelle aurore marziani ma, come accade anche sulla Terra, ci sono anche sfumature verdi e rosse.

E proprio come sulla Terra, a provocare le aurore è l'impatto delle particelle cariche provenienti dal Sole con quello che resta del campo magnetico di Marte. Rispetto a 3,5 milioni di anni fa, di esso non restano che dei frammenti, chiamati 'anomalie magnetiche crostali' e concentrati nell'emisfero meridionale. I ricercatori hanno utilizzato uno dei 17 'simulatori di aurore' esistenti al mondo, chiamati 'Planeterelle'. Sono sfere nelle quali è possibile riprodurre tutte le caratteristiche dell'atmosfera, dalla densità alla composizione, così come l'intensità di un campo magnetico e l'impatto di uno sciame di particelle cariche.

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Venere e Giove si avvicinano nel cielo di giugno

Luna al crepuscolo con Venere (accanto) e Giove (in alto) (fonte: Mariom990)



Venere e Giove sono i protagonisti del cielo di giugno, che li vedrà avvicinarsi progressivamente, fino alla spettacolare congiunzione attesa per il primo luglio. Continuerà a dare spettacolo anche Saturno, mentre c'è l'incognita della cometa Q1 Panstarrs, davvero difficile da osservare. Torneranno invece ad essere visibili i passaggi della Stazione Spaziale Internazionale.

Mentre lo scorso anno la congiunzione Venere-Giove era avvenuta prima dell'alba, l'Unione Astrofili Italiani (Uai) rileva che quest'anno si potranno osservare comodamente i due pianeti poco dopo il tramonto.

Dal 3 al 26 giugno Venere attraverserà la costellazione del Cancro fino a raggiungere Giove nel Leone. Dopo alcuni mesi di ottima osservabilità del pianeta più luminoso, l'altezza di Venere sull'orizzonte occidentale comincerà a decrescere rapidamente, anticipando così l'orario del tramonto di oltre un'ora. Gli ultimi giorni del mese Venere sarà nel Leone, sempre più vicinO a Giove, con il quale sarà protagonista di una spettacolare congiunzione all'inizio di luglio.

Saturno continua ad essere osservabile in condizioni ottimali, nella Bilancia. Dopo il tramonto si può individuare facilmente, guardando a Sud-Sud-Est nelle prime ore della sera. Intorno alla mezzanotte culmina a Sud e raggiunge la massima altezza sull'orizzonte: questo il momento ideale per osservarlo, in particolare per chi può utilizzare un telescopio per ammirare gli splendidi anelli. Nella seconda parte della notte lo si può seguire a Sud-Ovest, sempre più basso sull'orizzonte. 

In giugno è attesa anche la seconda cometa luminosa delle tre previste per quest'anno. Dopo la C/2014 Q2 Lovejoy è la volta della C/2014 Q1 Panstarrs, anche se vederla non sarà affatto facile. Bisogna infatti cercarla a ridosso dell'orizzonte e quando il cielo non è ancora completamente buio. Sarà possibile farlo a partire dalla metà di giugno, puntando il telescopio verso l'orizzonte di Nord-Est.

Nel cielo di giugno, infine, si potrà vedere ancora sfrecciare la Stazione Spaziale, a bordo della quale si trova ancora l'astronauta Samantha Cristoforetti. Se in maggio era possibile vederla passare soltanto prima dell'alba, a partire dal primo giugno sono previsti diversi passaggi nelle ore serali.


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sábado, 16 de maio de 2015

Asteroide ha ‘sfiorato’ la Terra, passato a 300mila km

Rappresentazione artistica di un asteroide (fonte: NASA, ESA, M.A. Garlick (space-art.co.uk), University of Warwick, University of Cambridge)

Si è avvicinato alla Terra come previsto l'asteroide 2015 JF1, dal diametro di 10 metri, senza alcun pericolo per il nostro pianeta. Il sasso cosmico puntuale, alle 13.52 italiane, è passato a circa 300.000 chilometri dal nostro pianeta, ossia all'interno della distanza che ci separa dalla Luna.

''L'asteroide ha superato la soglia di minima distanza dalla Terra e ora è in fase di allontanamento'' spiega l'astrofisico Gianluca Masi, responsabile del progetto Virtual Telescope.

Passaggi 'radenti' come questi, prosegue ''ci ricordano dell'esistenza di un gruppo di asteroidi così 'spavaldi' da infilarsi nelle vicinanza della Terra''. Per essere pronti ad affrontare eventuali minacce, eventi come questi, aggiunge l'astrofisico, ''ci ricordano dell'importanza di progetti che osservano il cielo a caccia di asteroidi potenzialmente pericolosi''.

La maggior parte di questi progetti, dice Masi, è concentrata nell'emisfero settentrionale, ''bisognerebbe avviarne altri anche nell'emisfero australe e altri che utilizzano telescopi spaziali che hanno meno difficoltà, rispetto ai telescopi terrestri, ad osservare gli asteroidi vicini al Sole, perché non sono disturbati dalla luminosità dell'atmosfera terrestre''.

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terça-feira, 5 de maio de 2015

L'urlo delle stelle zombie

Un misterioso segnale nel cuore della Via Latte



Il lamento di stelle 'zombie' che si nutrono dei corpi delle loro compagne: ecco cosa potrebbe essere lo strano segnale catturato al centro della Via Lattea dal telescopio NuSTAr (Nuclear Spectroscopic Telescope Array) della Nasa. Lo ha scoperto un gruppo di astrofisici coordinato da Kerstin Perez, della Columbia University di New York.

Cosa sia realmente questo bagliore di raggi X ad altissima energia ''rimane un mistero'', come ammettono gli stessi ricercatori sulla pagine di Nature. ''Non possiamo ancora spiegarlo in maniera esaustiva, servono ulteriori ricerche''.

Queste si concentreranno tutte sul centro della nostra galassia, un luogo molto affollato dove si possono trovare stelle vecchie e giovani, buchi neri di piccole dimensioni e un'ampia varietà di corpi stellari in orbita attorno a Sagittarius A* (Sgr A*), il buco nero supermassiccio della Via Lattea.

Il telescopio spaziale NuSTAR, in orbita dal 2012, è il primo in grado di realizzare immagini nitide di questa regione così frenetica nella banda dei raggi X ad alta energia. Grazie al suo 'occhio' è stato individuato lo strano bagliore di raggi X che i ricercatori ora provano a spiegare formulando quattro ipotesi. 

Le prime due vedono i raggi X come un'eruzione provocata da stelle morte (pulsar o nane bianche) che si cibano delle compagne con cui prima 'danzavano' in un sistema binario. La terza ipotesi indica che i raggi X potrebbero essere emessi da piccoli buchi neri che sbocconcellano le loro stelle compagne. La quarta e ultima ipotesi sostiene invece che questa strana 'foschia' diffusa sia formata dalle particelle cariche dei raggi cosmici generati dal buco nero Sgr A*.

Al momento nessuna delle ipotesi sembra prevalere sulle altre. ''Questo risultato ci dice che il centro della Via Lattea è un posto bizzarro'', afferma Chuck Hailey, coautore dello studio della Columbia University. ''Proprio come le persone si comportano diversamente a seconda che camminino lungo la strada o in una metropolitana affollata nell'ora di punta - aggiunge - così i corpi stellari mostrano strani comportamenti quando si accalcano vicino al buco nero supermassivo''.

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sexta-feira, 1 de maio de 2015

Messenger cai em Mercúrio e forma nova cratera na superfície do planeta

A sonda Messenger, da Nasa, que orbitou ao redor Mercúrio durante os últimos quatro anos, caiu na superfíice do planeta nesta quinta-feira (30). O evento já era previsto, já que o instrumento tinha completado sua missão e estava sem combustível.
Os controladores da missão no Laboratório de Física Aplicada da Universidade Johns Hopkins, em Laurel, no estado de Maryland, confirmaram que a Messenger impactou a superfície de Mercúrio, como previsto, às 16h26 (horário de Brasília), formando uma nova cratera no planeta.
O nome da sonda, Messenger, é a sigla em inglês para "Superfície, Espaço, Ambiente, Geoquímica e Alinhamento de Mercúrio". Sua missão foi inicialmente apenas para durar um ano, mas como estava operando bem e retornando dados interessantes e descobertas, os cientistas prolongaram sua vida o máximo que podiam.
A principal descoberta da Messenger ocorreu em 2012: uma espessa camada de gelo nas regiões polares de Mercúrio, fornecendo "apoio convincente para a hipótese de que o planeta abriga abundante água congelada e outros materiais voláteis em suas crateras polares permanentemente sombreadas", segundo a Nasa.
"Pela primeira vez os cientistas começaram a ver claramente um capítulo na história de como os planetas internos, incluindo a Terra, adquiriram água e alguns dos blocos químicos de construção da vida", explicou a agência em comunicado.
Os cientistas acreditam que o planeta mais próximo do Sol provavelmente obtiveve sua água quando cometas e asteroides voláteis ricos fizeram impacto, em algum momento da História.
Lançada em 2004
Combinação de imagens mostra as leituras da atmosfera de Mercúrio feitas por instrumento à bordo da sonda Messenger  (Foto: NASA, Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory, Carnegie Institution of Washington via AP)Combinação de imagens mostra as leituras da atmosfera de Mercúrio feitas por instrumento à bordo da sonda Messenger (Foto: NASA, Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory, Carnegie Institution of Washington via AP)
A Messenger foi lançada em 2004 e viajou por mais de seis anos antes de finalmente começar a orbitar Mercúrio em 18 de março de 2011.
Como previsto, a sonda atingiu o planeta a mais de 14 mil km/h no lado do planeta que não dá para a Terra. Não são esperadas imagens do impacto.
"Pela primeira vez na história temos um conhecimento real sobre o planeta Mercúrio, que nos mostra um mundo fascinante como parte de nosso sistema solar diversificado", disse John Grunsfeld, administrador associado da diretoria de Missões Científicas da Nasa.
Os cientistas vão continuar a analisar os dados obtidos a partir da Messenger durante os próximos anos, disse ele.
 Concepção artística mostra sonda MESSENGER, da Nasa, orbitando Mercúrio  (Foto: Nasa/JHU APL/Carnegie Institution of Washington)Concepção artística mostra sonda MESSENGER, da Nasa, orbitando Mercúrio (Foto: Nasa/JHU APL/Carnegie Institution of Washington)
 www.g1.globo.com

É hora de dar tchau!

Na quinta-feira (30), logo no comecinho da noite, chegou ao fim uma missão espacial muito bem sucedida, a Messenger. Destinada a estudar Mercúrio em detalhes, ela foi lançada em agosto de 2004 e, após seis anos e meio de viagem que incluíram três sobrevoos ao planeta, ela foi colocada em órbita elíptica em março de 2011. Na verdade, a Messenger foi a primeira sonda a orbitar o menor e menos conhecido planeta do Sistema Solar. Antes dela, a Mariner 10 passou por lá em março de 1974, efetuando 3 sobrevoos antes de seu combustível acabar e entrar em órbita do Sol.
Até 2011, o que tínhamos de informações sobre Mercúrio era fruto dos sobrevoos da Mariner 10 e, claro, das observações em Terra. Só que por causa da sincronia dos sobrevoos da Mariner, ela sempre fotografou a mesma face do planeta. Como resultado, menos de 45% da superfície do planeta foi mapeada, ou seja, muita coisa ainda precisava ser feita, mas o pouco que foi mapeado mostrou que, no geral, a aparência de Mercúrio é a mesma da Lua.
Foi preciso esperar três décadas para que a NASA enviasse nova sonda para Mercúrio. Uma missão como essa não é das mais fáceis, tanto por causa da intensa força gravitacional do Sol, que perturba a estabilidade da órbita da sonda, quanto por causa das difíceis condições nessa região do espaço.
Os instrumentos da sonda precisam ser blindados termicamente para evitar as grandes variações de temperatura experimentadas todas as vezes que ela mergulha na sombra do planeta. Isso sem falar na intensa radiação solar que pode arruinar toda a eletrônica embarcada.
Mas enfim, a espera terminou em 2004.
A Messenger tinha como missão, além de mapear Mercúrio por completo com uma resolução muito melhor, analisar o tipo de material que compõe o terreno, estudar a interação da radiação solar e determinar o tamanho do núcleo do planeta, entre outros.
O plano inicial era que a missão durasse um ano, mas com o Sol chegando ao seu máximo de atividade em 2012, a missão foi estendida mais um ano. Só que nessa extensão, as descobertas feitas pela Messenger foram tão fascinantes que outra extensão foi conseguida, que durou até quando acabou o propelente que faz a sonda manobrar. Sem capacidade de manobra, a órbita da sonda vai decaindo irremediavelmente, até que ela se choque contra a superfície do planeta a mais de 14 mil km/h, abrindo uma cratera de 16 metros de diâmetro.

E quais são essas descobertas?
A mais fantástica foi a de que existe água em Mercúrio! Esse resultado era totalmente inesperado por causa das condições do planeta, cuja superfície pode atingir mais de 400°C! Mas os mapas da Messenger, combinado com os instrumentos de análise geológica, mostraram a presença de gelo em crateras que não são iluminadas pelo Sol nas regiões polares, como ocorre na Lua também.
Outra descoberta fascinante foi que Mercúrio guarda em sua superfície amostras de material que formou o Sistema Solar. A Messenger mostrou uma camada de material carbonáceo também sobre os polos, muito provavelmente trazido por cometas vindos da Nuvem de Oort, junto com o gelo. As regiões polares de Mercúrio mostraram-se um depósito de material pré biótico oriundo do bombardeio sofrido pelos planetas interiores, ocorrido nos primórdios do Sistema Solar!
Outras descobertas foram que Mercúrio tem um núcleo líquido, comparativamente até maior que o da Terra, tem campo magnético muito fraco, teve episódios de vulcanismo e possui “atmosfera”. Bom, atmosfera numas. Com a alta temperatura e a baixa gravidade do planeta, não há condições dele reter atmosfera de verdade, densa. O que a Messenger descobriu foram traços de hidrogênio, hélio, oxigênio, sódio, cálcio e potássio, cuja origem é tanto o vento solar, quanto o decaimento radioativo de rochas, formando uma exosfera.
As descobertas da Messenger foram tão surpreendentes que para mantê-la em órbita foi usado hélio quando o gás propelente das manobras acabou – ou seja, a NASA já fez tudo o que pode.
Literalmente, a sonda está com tanque vazio e a gravidade é implacável. O último suspiro de hélio foi usado agora, dia 28, para elevar mais um pouco sua órbita final de modo que o momento do impacto coincidisse com o horário em que as antenas da rede Deep Space estivessem em posição favorável para “ouvir” as últimas transmissões. Essa rede de antenas é usada pela NASA para monitorar e se comunicar com todas as suas missões espaciais e tem antenas espalhadas pelo globo – de modo que sempre há pelo menos uma delas rastreando as sondas no espaço.
O impacto da Messenger ocorreu como planejado na quinta, às 18h26 no horário de Brasília, e só vamos saber se de fato aconteceu quando suas transmissões cessarem. Em 2016, a missão BepiColombo, parceria entre as agências espaciais europeias e japonesa, deve ser lançada em direção a Mercúrio. Só lá pelo ano de 2020 é que poderemos ver a cratera deixada pelo mergulho final da Messenger.

Será que vai cair?
Um assunto que está bombando nos noticiários é a questão do módulo russo Progress, em órbita da Terra. Afinal, o que está acontecendo?

A agência espacial russa Roskosmos lançou nesta última terça-feira (28) um módulo de carga não tripulado levando suprimentos para a Estação Espacial Internacional. Ocorre que minutos após o lançamento, o controle da missão conseguiu estabelecer um contato precário com o módulo. A telemetria captada indicava que apenas 2 das 5 antenas de comunicação haviam aberto como previsto. Pior, o download das imagens da câmera que faz a guiagem final das manobras de acoplamento mostrou que o módulo estava girando a uma taxa de uma volta a cada 4,5 segundos.
Sem conseguir estabelecer comunicação com a Progress, os técnicos desistiram de tentar corrigir seu movimento de rotação e com isso abandonaram a ideia original de tentar acoplá-la como previsto. A missão passou a ser estabelecer contato para ao menos controlar a queda do módulo.
Isso mesmo, a Progress está caindo.
O módulo foi colocado em uma órbita baixa, onde a atmosfera é rarefeita, mas ainda assim exerce algum arrasto. Com isso ele desacelera, diminui a altura, vai para uma região de densidade maior, sofre mais arrasto e desacelera mais ainda. Este ciclo vai se repetindo até que o módulo atinja uma altura em que o arrasto atmosférico seja tão forte que o despedace. Sem poder recuperar a missão original, a meta era conseguir ao menos direcionar a queda de modo que a Progress se desintegre sobre o Oceano Pacífico. Só que nem isso foi possível até agora!
Sem estabelecer contato contínuo com a Progress ela fica mesmo sem controle. Isso significa que, até que os técnicos estabeleçam um link com o módulo, eles não vão poder fazer com que ela caia aonde queiram, mas certamente ela não vai cair em qualquer lugar.
A órbita da Progress evita lugares densamente povoados, o que minimiza as chances de uma tragédia e, mais ainda, ela cruza o Oceano Pacífico, que não é pequeno – aliás, 75% da superfície da Terra é coberta por água. Com o que se sabe até agora espera-se que o módulo reentre na atmosfera entre 5 e 7 de maio, mas sem estimativa do local, por enquanto.
Mas o que teria causado esse problemão?
Ninguém sabe até agora e uma investigação está em curso com resultados prometidos para no máximo dia 13. A pressa se justifica porque dia 16 já há outro lançamento previsto, dessa vez de um satélite militar secreto da Rússia, mas logo, logo uma missão tripulada deve ocorrer.
Uma hipótese é que o terceiro estágio do foguete Soyuz-2-1a tenha falhado. Pode ser que ele não tenha se desligado no momento da separação do módulo, ocasionando um choque violento entre as duas partes. Apesar dessa hipótese explicar a nuvem de destroços detectada ao redor do módulo, bem como sua rotação, uma explosão em algum tanque, que tenha causado uma rápida despressurização do módulo, também poderia fazer a mesma coisa.
Só nos resta aguardar.
Pedaços do Halley
Para finalizar, no próximo dia 5, é o dia do máximo da chuva de meteoros Eta Aquarídeas. Essa chuva está associada com a trilha de poeira largada pelo mais famoso dos cometas, o Halley.

Sem dúvida, se eu tivesse que eleger uma chuva preferida, das tantas que ocorrem durante o ano, esta seria a Eta Aquarídeas. Ela foi a primeira que eu observei seriamente, contando e anotando cada meteoro avistado.
Infelizmente, dessa vez os prognósticos são ruins. Para se observar uma chuva de meteoros é necessário apenas um local com céu escuro, mas neste ano a Lua chega à fase de cheia justo dia 4, deixando o céu muito claro. Isso dificulta a observação, “apagando” os meteoros mais fracos (a maioria), deixando apenas os mais brilhantes.
A constelação de Aquário, de onde parece partir todos os meteoros, estará no céu a partir das 2h15 da manhã, favorecendo as observações, mas não é essencial esperar até esse horário. Só que considerando a fase da Lua e que essa chuva tem um período “largo” de atividade – entre 19 de abril e 28 de maio – pode ser mais jogo observar agora nesse feriado, ou esperar até o dia 15 de maio. A dica é olhar para a direção leste, de onde os meteoros vão surgir, mas fixando a vista para o alto. Um conselho precioso é fazer isso sentado em uma cadeira de praia para evitar o torcicolo no dia seguinte.
A carta abaixo mostra o céu às 2h15 do dia 05 de maio. Ele não se altera muito ao longo dos dias, se você olhar nesse horário, só a posição da Lua se altera perceptivelmente. Nesse caso, ela estará bem no alto, no zênite. No dia 15, também às 2h da manhã, ela nem terá nascido ainda.

Imagens:Impacto da Messenger em Mercúrio (NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Carnegie Institution of Washington)Mapa do céu às 2h15 em 5 de maio de 2015 (Cássio Barbosa)
http://g1.globo.com/ciencia-e-saude/blog/observatorio/post/e-hora-de-dar-tchau.html

I Pilastri della creazione stanno evaporando





Stanno rapidamente evaporando i celebri Pilastri della Creazione: le spettacolari colonne di gas e polveri da cui nascono le stelle, immortalate in una delle più celebri foto del telescopio Hubble, sono destinate a scomparire nei prossimi 3 milioni di anni. Lo dimostra la loro prima immagine tridimensionale, realizzata da Terra con il Very Large Telescope (Vlt), il grande telescopio dell'Osservatorio Europeo Meridionale (Eso) che si trova sulle Ande cilene. 


L'immagine in 3D dei Pilastri della creazione è pubblicata sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society ed è stata realizzata dal gruppo di astronomi dell'Eso guidato da Anna Faye Mc Leod. 

Sebbene abbiano una massa 200 volte superiore a quella del Sole, i Pilastri della Creazione potrebbero dunque svanire molto prima della nostra stella. 

La 'colpa' è della radiazione intensa e dei venti emessi dall'ammasso stellare Ncg 6611, gli stessi che nel tempo hanno 'scolpito' i Pilastri della Creazione. L'immagine in 3D ha inoltre permesso di osservare in modo preciso il modo in cui le colonne di gas e polveri sono distribuite nello spazio. Si è inoltre scoperto un getto di gas e polveri proveniente da una giovane stella, mai osservato finora.

Gli astronomi sperano di capire meglio come le stelle giovani, come quelle presenti nell'ammasso Ngc 6611, influenzino la formazione delle nuove generazioni di stelle.

Misurando il tasso di evaporazione dei Pilastri della creazione, i ricercatori hanno calcolato che perderanno circa 70 volte la massa del Sole ogni milione di anni. Sulla base della loro massa attuale, che è circa 200 volte quella del Sole, la previsione è siano destinati a scomparire nel giro di 3 milioni di anni: un batter d'occhio nel tempo cosmico. Presto, osservano i ricercatori, dovremo chiamarli i ''Pilastri della distruzione''.


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Il cielo di maggio è dedicato ai pianeti

Mercurio e Venere protagonisti della sera, Saturno della notte



Il cielo di maggio è l'ideale per osservare i pianeti, con Mercurio ben visibile di sera e Saturno visibile per tutta la notte; anche Giove e Venere sono ancora ben visibili, osserva l'Unione Italiana Astrofili (Uai).

Nella prima parte del mese dopo il tramonto, guardando ad Ovest si potranno vedere Mercurio, Venere e Giove allineati, mentre a Sud-Est sorge Saturno.

Mercurio e Venere monopolizzano l'attenzione all'inizio di maggio. La prima settimana è il periodo migliore dell'anno per osservarli entrambi. La sera del 6 maggio, per esempio, Mercurio 'soggiornerà' decisamente a lungo (un'ora e 56 minuti) nel cielo dopo il tramonto, e l'8 maggio Venere tramonterà ben 3 ore e 41 minuti dopo il Sole. Ci sarà quindi molto tempo a disposizione per ammirare l'astro più luminoso della sera.

A partire dal 23 maggio sarà spettacolo anche Saturno, che si troverà in opposizione al Sole, sarà cioè ben visibile sulla volta celeste dalla direzione opposta al Sole, rimanendo osservabile per tutta la notte: per vederlo basta guardare ad Est dopo il tramonto, a Sud nelle ore centrali della notte e infine verso occidente prima dell'alba.

Il 30 maggio, infine, si verifica la congiunzione di Mercurio con il Sole e per questo in giugno il pianeta sarà visibile al mattino presto, prima dell'alba.

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quinta-feira, 23 de abril de 2015

Primo ritratto 'dal vero' di un mondo alieno

E' del pianeta 51 Pegasi b, distante 50 anni luce dalla Terra

Rappresentazione artistica del pianeta 51 Pegasi b, (fonte: ESO/M. Kornmesser/Nick Risinger (skysurvey.o


Ha l'atmosfera molto riflettente e sembra essere un pianeta 'gonfio' ossia meno denso del nostro Giove: è il primo ritratto 'dal vero' di un mondo alieno, cioè esterno al Sistema Solare. Ricostruisce il 'volto' di 51 Pegasi b che dista 50 anni luce da noi ed è il primo pianeta extrasolare ad essere scoperto, esattamente 20 anni fa.

Pubblicato sulla rivista Astronomy and Astrophysics, il risultato si deve ai ricercatori guidati da Jorge Martins dell'Istituto portoghese di Astrofisica e Spazio e dell'università di Porto. Finora era possibile vedere questi pianeti che risiedono in altri sistemi solari solo in modo indiretto ma adesso grazie alla nuova tecnica di osservazione hanno un 'volto' e soprattutto diventa possibile raccogliere molte informazioni sulla loro composizione.

I ricercatori hanno osservato direttamente la luce riflessa dal pianeta grazie allo strumento Harps sul telescopio dell'Osservatorio La Silla (del diametro di 3,5 metri) in Cile dell'Osservatorio Europeo Meridionale (Eso). ''È un risultato importante e non facile da ottenere'', rileva Isabella Pagano dell'Osservatorio di Catania dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf). L'analisi del segnale è molto complessa e inoltre, aggiunge, è stato usato un telescopio di piccole dimensioni. Per questo sono promettenti le attese di usare la tecnica con telescopi più grandi come l'E-Elt, (del diametro di 39 metri) che l'Eso sta costruendo in Cile.

Le informazioni sulla luce riflessa dal pianeta possono essere usate per dedurre la composizione della sua superficie o della sua atmosfera, da cui dipende il modo in cui il pianeta riflette la luce della stella 'madre'. In questo caso è stato scoperto che 51 Pegasi b ha una massa circa la metà di quella di Giove e un'inclinazione di circa nove gradi sul suo asse. Il pianeta è molto riflettente e sembra avere il diametro maggiore di quello di Giove. ''Questo ci dice - conclude Pagano - che il pianeta potrebbe essere 'inflated', ossia gonfio, vuol dire che è meno denso di Giove''

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Chuva de meteoros atinge a Terra e poderá ser vista no país

Fenômeno chamado de Liríadas atinge ápice a partir da 0h desta quinta.
A previsão é que entre 10 e 20 meteoros atinjam a atmosfera terrestre.


Uma chuva de meteoros está prevista para atingir seu ápice entre a noite desta quarta-feira (22) e o início da madrugada de quinta (23) e deve proporcionar uma visão espetacular do fenômeno em várias partes do planeta – inclusive no Brasil.

De acordo com a agência espacial americana, a Nasa, a chuva de meteoros chamada de Liríadas (pois irradia da constelação de Lira) poderá ser vista de forma intensa depois da 0h desta quinta no Hemisfério Sul (de qualquer parte do Brasil). Para quem está no Hemisfério Norte, basta olhar para o céu a partir das 22h30 de quarta.

A previsão é que entre 10 e 20 meteoros atinjam a atmosfera terrestre a cada hora. Mas atenção: só será possível enxergar o fenômeno sem a ajuda de telescópio em locais onde o céu não estiver encoberto e distantes de luzes artificiais urbanas.
O observatório Slooh, localizado nas Ilhas Canárias, no meio do Oceano Atlântico, vai transmitir a Liríadas pela internet.
'Estrela cadente'
Meteoros são pequenos corpos celestes que se deslocam no espaço e entram na atmosfera da Terra, queimando parcialmente ou totalmente devido ao atrito com a atmosfera terrestre e ao contato com o oxigênio. Este fenômeno deixa um risco luminoso no céu, popularmente conhecido como “estrela cadente”.

De acordo com o Observatório Nacional, instituto de pesquisa do país que trabalha nas áreas de astronomia, geofísica e metrologia, uma chuva de meteoros acontece quando a Terra cruza a órbita de algum cometa, fazendo com que pequenos fragmentos deste corpo celeste saiam de sua rota já traçada e penetrem a atmosfera terrestre.
Perseidas é registrada sobre Stonehenge, na planície de Salisbury, ao sul da Inglaterra. Foto de exposição longa. (Foto: Doherty Kieran / Reuters)Imagem da chuva de meteoros Perseidas registrada sobre Stonehenge, na planície de Salisbury, ao sul da Inglaterra. Enquanto a Liríadas produz, em média, de 15 a 20 meteoros por hora, a Perseidas tem cerca de 60 meteoros por hora (Foto: Doherty Kieran / Reuters)
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quarta-feira, 22 de abril de 2015

25 candeline per il telescopio Hubble

La nebulosa Testa di Cavallo (fonte: NASA/ESA/Hubble Heritage Team)


Ha svelato i più profondi misteri del cosmo rivelando l'esistenza di un'invisibile energia oscura, fotografato mondi alieni, supernovae e buchi neri: nei suoi 25 anni di attività il telescopio spaziale Hubble ha completamente rivoluzionato le conoscenze dell'Universo. Per festeggiare i successi del telescopio realizzato da Nasa e Agenzia Spaziale Europea (Esa), lanciato il 24 aprile del 1990, pubblicano il video 'Expect the Unexpected', dedicato ai grandi misteri che Hubble ha svelato, con immagini mozzafiato.




Cinque minuti dove si ripercorrono alcune tappe scientifiche fondamentali come la scoperta, ottenuta fotografando lontanissime esplosioni stellari (supernovae), che l'espansione dell'universo è in aumento e che a generare questa spinta potrebbe essere una 'misteriosa' energia detta per questo oscura. Una rivoluzione per la scienza, premiata nel 2011 con il premio Nobel per la fisica.

"Hubble ha anche mostrato che al centro di ogni galassia c'è un buco nero supermassiccio e dimostrato che esiste una relazione tra la massa del buco nero e la massa del 'bulbo' di stelle intorno alla galassia”, – spiega l'astrofisico rumeno Mario Livi, del centro di ricerca di Hubble. Le osservazioni di Hubble hanno avuto ricadute in ogni settore dell'astrofisica, anche per la ricerca della vita aliena: “ha identificato per la prima volta un'atmosfera attorno a un pianeta extrasolare”, spiega Drake Deming, dell'Università del Maryland.


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