sexta-feira, 16 de maio de 2014

Robô Curiosity perfura solo de Marte para colher amostras de rocha

Câmera do Curiosity fez essa imagem noturna de um buraco perfurado pelo robô e, dentro do buraco, vários pequenos cortes feitos com laser; o local foi iluminado pelas luzes da câmera (Foto: NASA/JPL-Caltech/MSSS)
Do G1 em São Paulo - O jipe-robô Curiosity coletou amostras de rocha em pó do solo de Marte na semana passada, de acordo com a Nasa. A agência espacial americana afirmou que as porções foram retiradas a partir de uma perfuração em uma rocha sedimentar feita pelo próprio robô e que já foram encaminhadas para serem analisadas por instrumentos laboratoriais dentro do próprio Curiosity.
A rocha perfurada, chamada "Windjana", é uma placa de rocha sedimentar que fica em uma região marciana chamada "The Kimberley". Além de perfurar a rocha, o veículo da Nasa também fez cortes em alguns pontos do buraco com um laser disparado a partir do alto de um mastro fixado ao robô.
A perfuração e os cortes feitos com laser foram examinados pela câmera e pelo espectrômetro fixados no braço robótico do veículo.
O Curiosity - que pousou em Marte em agosto de 2012 para buscar informações sobre o planeta vermelho - levará consigo amostras coletadas para que outras análises possam ser feitas durante as pausas do jipe.
Esta é a terceira vez que o robô faz perfurações no solo marciano. As coletas anteriores de materiais rochosos permitiram concluir que o planeta já abrigou, no passado, condições favoráveis à vida microbiana.
Imagem também feita pelo Curiosity mostra região da rocha Windjana, onde o robô perfurou um buraco para coleta de amostras de rocha (Foto: NASA/JPL-Caltech/MSSS)

Mancha vermelha de Júpiter está encolhendo, mostra Hubble

Imagens de Júpiter tiradas pelo telescópio Hubble mostram como diminuiu o tamanho da 'Grande Mancha Vermelha' do planeta (Foto: NASA/ESA/Divulgação)


Da Reuters - A marca registrada de Júpiter – uma mancha vermelha maior que a Terra – está encolhendo, mostraram imagens do Telescópio Espacial Hubble divulgadas nesta quinta-feira (15).
A chamada “Grande Mancha Vermelha” é uma violenta tempestade que, no final dos anos 1880, teve seu tamanho estimado em cerca de 40 mil quilômetros de diâmetro, grande o suficiente para acomodar três Terras lado a lado.
A tempestade, a maior do Sistema Solar, tem a aparência de uma profunda esfera vermelha cercada por camadas de amarelo pálido, laranja e branco. Os ventos em seu interior foram calculados em centenas de quilômetros por hora, disseram astrônomos da Nasa, a agência espacial norte-americana.
Quando a sonda espacial Voyager, da Nasa, a sobrevoou em 1979 e 1980, as manchas tinham diminuído para cerca de 22.500 quilômetros de diâmetro.
Agora, novas imagens tiradas pelo Hubble em órbita da Terra mostram que a mancha vermelha de Júpiter está menor do que nunca, medindo pouco menos de 16.100 quilômetros de diâmetro, além de parecer mais circular na forma.
Os cientistas não sabem ao certo por que a Grande Mancha Vermelha está encolhendo cerca de mil quilômetros por ano.
“É visível que redemoinhos minúsculos estão se juntando à tempestade... estes podem ser responsáveis pela mudança acelerada ao alterar a dinâmica interna (da tempestade)”, disse Amy Simon, astrônoma do Centro de Voo Espacial Goddard, da Nasa, em Greenbelt, Maryland, em um comunicado.
Simon e seus colegas planejam levar adiante estudos para desvendar o que está acontecendo na atmosfera de Júpiter que suga sua energia e causa o encolhimento.

quinta-feira, 15 de maio de 2014

I magneti cosmici hanno una stella 'amica'


I magneti più potenti dell'universo, le cosiddetta magnetar, non sono sole come si pensava ma hanno una stella 'amica', grazie alla quale sono nate. E' risolto così il mistero, che dura da 35 anni, sulla formazione delle magnetar, bizzarri resti super-densi delle esplosioni di supernova, i magneti più potenti dell'universo.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Astronomy and Astrophysics, è stata possibile grazie al Vlt (Very Large Telescope) dell'Eso (European Southern Observatory), in Cile. Aver trovato per la prima volta la stella compagna di una magnetar aiuta a capire come si formino questi oggi e perchè non collassino in un buco nero, come sarebbe prevedibile. L'attenzione dei ricercatori, coordinati da Simon Clark della Open University, si è concentrata sull'ammasso stellare Westerlund 1, che si trova a circa 16.000 anni luce dalla Terra, nella costellazione australe dell'Ara, e contiene una delle circa venti magnetar note nella Via Lattea. Si chiama CXOU J164710.2-455216 e ha stupito profondamente gli astronomi.

''Nel nostro lavoro precedente abbiamo dimostrato che la magnetar dell'ammasso Westerlund 1 - spiega Clark - deve essere nata dalla morte esplosiva di una stella di massa pari a circa 40 volte quella del Sole. Ma stelle così massicce dovrebbero collassare in un buco nero dopo la propria morte, non in una stella di neutroni. Non capivamo come avesse potuto diventare una magnetar''. Per risolvere questo rompicapo gli astronomi hanno pensato che la magnetar si fosse formata attraverso l'interazione di due stelle molto massicce in orbita l'una intorno all'altra in un sistema doppio, così compatto che sarebbe contenuto dall'orbita della Terra intorno al Sole. 

Ma finora nessuna compagna era stata rilevata alla posizione della magnetar in Westerlund 1, perciò gli astronomi hanno usato il Vlt per cercarla in altre zone dell'ammasso. E cercando una stella in fuga, cioè oggetti che sfuggono dall'ammasso ad alta velocità, hanno trovato la stella Westerlund 1-5, che si comporta proprio così e sono riusciti a ricostruire la storia della vita della stella che ha permesso alla magnetar di formarsi, al posto del buco nero previsto.



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quarta-feira, 14 de maio de 2014

La Luna nasconde Saturno

Simulazione dell'occultazione di Saturno da parte della Luna (fonte: Gianluca Masi, The Virtual Telescope Project 2.0)Simulazione dell'occultazione di Saturno da parte della Luna (fonte: Gianluca Masi, The Virtual Telescope Project 2.0)
Il 14 maggio la Luna nasconderà Saturno e lo spettacolo è assicurato, visto che il pianeta degli anelli si trova nella posizione ideale per essere ammirato in tutta la sua bellezza. Peccato, però, che il fenomeno si potrà osservare soltanto dall'Australia e dalla Nuova Zelanda. In Italia sarà infatti pieno giorno, ma le immagini viaggeranno comunque su Internet, grazie alla diretta organizzata dal Virtual Telescope e trasmessa in streaming sul canale ANSA Scienza e Tecnica a parte dalle 12,15.

''Saturno e la Luna si troveranno sulla stessa linea di vista e di conseguenza la Luna gradualmente nasconderà Saturno'', spiega l'astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope e coordinatore scientifico del Planetario di Roma. ''Questa coincidenza di solito è piuttosto rara - prosegue - e si verifica a intervalli di alcuni anni. Dall'Italia, per esempio, è stato possibile osservare l'ultima occultazione di Saturno da parte della Luna nel maggio 2007''.
Quest'anno, però, costituisce un'eccezione in quanto l'orbita lunare e quella di Saturno si combinano in modo tale che le occultazioni sono ben 11, tre delle quali in Australia. ''Degli 11 fenomeni, però, quelli osservabili sono relativamente pochi - dice ancora Masi - in quanto nella maggior parte dei casi il fenomeno è visibile da luoghi deserti e difficili da raggiungere''. Per vedere la Luna che piano piano nasconde Saturno conviene approfittare quest'anno, prosegue, perchè nel 2015 non ci sarà nessuna occultazione.

Più che l'interesse scientifico, ad attirare l'attenzione di tanti è la bellezza dello spettacolo: ''la Luna gradualmente nasconderà Saturno a metà strada fra la brillante Spica, della Vergine, e Antares dello Scorpione: sarà uno scorcio di cielo molto bello'', osserva Masi. Infine, dalle immagini che gradualmente circoleranno sulla rete dai diversi punti di osservazione, sarà chiaro come la posizione della Luna e quella di Saturno varieranno a seconda della posizione degli osservatori''.


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terça-feira, 13 de maio de 2014

Nuovi 'occhiali' per cercare i sosia della Terra


Nuovi e potentissimi 'occhiali' trasformano il telescopio Gemini South, in Cile, in un cacciatore di pianeti esterni al Sistema Solare. Può compiere infatti osservazioni con un dettaglio decisamente superiore a quello che offrono altri telescopi dalla Terra. Lo dimostra la scoperta di un pianeta gigante simile a Giove, che orbita intorno alla stella Beta Pictoris, coordinata dall'università californiana di Stanfors e pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas.

Questi nuovi 'occhiali' sono il Gemini Planet Imager (Gpi), lo strumento che aiuta ad osservare direttamente e a caratterizzare i pianeti esterni al Sistema Solare (esopianeti), con una sensibilità molto maggiore rispetto a quella delle immagini finora realizzate.

Subito dopo l'installazione del Gpi, avvenuta nello scorso novembre, il gruppo guidato da Bruce Macintosh, dell'università di Stanford, ha realizzato la prima immagine di Beta Pictoris B: un gigante simile a Giove, che orbita intorno alla stella Beta Pictoris. Il Gpi è stato in grado di rilevare il pianeta in un tempo di esposizione di soli 60 secondi, molto più rapidamente di quanto fatto con le precedenti esposizioni, e con un minimo tempo di post-lavorazione.



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segunda-feira, 12 de maio de 2014

Astrônomos localizam estrela ‘irmã’ do Sol perdida no espaço



Cientistas calcularam as medidas precisas da distância da estrela HD 162826 em relação a Terra
Foto: REUTERS
Cientistas calcularam as medidas precisas da distância da estrela HD 162826 em relação a Terra  - REUTERS
TEXAS (EUA) - Há muito tempo os astrônomos sabem que as estrelas não nascem isoladamente, mas em grandes “ninhadas”, de uma só vez. No caso do Sol, esse fenômeno aconteceu há cerca de 4,6 bilhões de anos. Na ocasião, uma enorme nuvem molecular de gás e poeira interestelar entrou em colapso em razão da força da gravidade, esquentando até as matérias mais densas. Essas formações mais quentes explodiram em chamas termonucleares que começaram a brilhar. O Sol tem entre mil e 10 mil “irmãos e irmãs”. No entanto, ao longo das eras, tudo o que se perdeu em outras partes da galáxia nunca mais havia sido visto novamente.
Nunca até agora. A novidade veio por meio de um grupo de astrônomos liderados por Ivan Ramirez, da Universidade do Texas, nos EUA, que anunciou ter encontrado uma das estrelas “irmãs” do Sol, que estavam “perdidas” há milhões de anos. Trata-se da estrela conhecida como HD 162826, que está flutuando pela Via Láctea a cerca de 110 anos-luz da Terra, perto constelação de Lyra.
- Nós estávamos apenas realizando um experimento para testar uma nova técnica de pesquisa. O fato de termos achado essa nova estrela torna tudo fantástico - apontou Ivan Ramirez, principal autor do artigo que será publicado em junho no “Astrophysical Journal”. O astrônomo também esteva em uma equipe que encontrou um “quase gêmeo” do Sol em 2007. No entanto, constatou-se que se tratava de uma estrela cerca um bilhão de anos mais jovem, e que havia nascido a partir de uma nuvem diferente.

Técnica para a busca
A ideia por trás de uma busca por irmãos solares é bastante simples. Cada nuvem molecular de formação de estrelas tem uma composição química ligeiramente diferente, com base em sua idade e localização na galáxia - uma espécie de DNA cósmico transportada para as estrelas a partir das nuvens. Quando se encontra uma estrela com o mesmo DNA, encontra-se um “irmão”.

Na prática, porém, tudo é um pouco mais complicado. Não é possível medir essas impressões digitais com precisão absoluta. Duas nuvens podem ser semelhantes o suficiente para enganar todos os astrônomos.

Assim, Ramirez e sua equipe identificou 30 prováveis estrelas “irmãs” do Sol - apontados em estudos anteriores - e deram um passo além: calcularam as medidas precisas da distância desses “candidatos” em relação ao Sol - e seus movimentos -, permitindo-lhes reconstruir o caminho que fizeram pelo espaço. 

Apenas o HD 162826 respondeu a todos os critérios para que fosse considerado semelhante ao Sol.
O HD 162826 não é exatamente uma “irmã” gêmeo. Ele é cerca de 15% mais maciço, e isso não é uma surpresa. Um nuvem molecular pode dar origem a estrelas de tamanhos variados. A estrela, por coincidência, já estava sob observação de cientista há muitos anos. A ideia era averiguar a possibilidade da existência de algum planeta em torno dele.

Nada apareceu ainda, mas as buscas não são precisas o suficiente para detectar planetas semelhantes a Terra, por exemplo. Entretanto, os cientistas acreditam que não é impossível que algum dia nós descubramos que esta primeira “irmã” do Sol tenha filhos, e que a própria Terra tenha algum primo de primeiro grau.

Leia mais sobre esse assunto em http://oglobo.globo.com/sociedade/ciencia/astronomos-localizam-estrela-irma-do-sol-perdida-no-espaco-12459674#ixzz31W9Th2zL

quinta-feira, 8 de maio de 2014

Cientistas recriam 14 bilhões de anos de evolução do Universo

Simulação é a mais próxima da realidade já produzida, dizem especialistas.

Da BBC

Imagem mostra explosões que geraram planetas e estrelas, 4 bilhões de anos após o Big Bang (Foto: Illustris Collaboration/BBC) 
Imagem mostra explosões que geraram planetas e estrelas, 4 bilhões de anos após o Big Bang (Foto: Illustris Collaboration/BBC)
Uma equipe internacional de pesquisadores criou a mais completa simulação visual de como o Universo evoluiu. unO modelo de computador mostra como as primeiras galáxias se formaram em torno de aglomerados da substância misteriosa invisível chamada matéria escura.
É a primeira vez que o Universo é modelado de forma tão extensa e em tão grande resolução. A simulação fornecerá uma plataforma de teste para novas teorias sobre do que o Universo é feito e como ele funciona.
Uma das maiores autoridades do mundo na formação de galáxias, o professor Richard Ellis, do Instituto de Tecnologia da Califórnia, descreveu a simulação como 'fabulosa'.
'Agora podemos analisar como as estrelas e as galáxias se formam e relacionar isso à matéria escura', disse à BBC News.
O modelo de computador baseia-se nas teorias do professor Carlos Frenk, da Universidade de Durham, no Reino Unido. Ele disse que estava 'satisfeito' que um modelo de computador tenha chegado a um resultado tão bom, presumindo que o Universo começou com a matéria escura.
Há mais de 20 anos cosmólogos criam modelos de computador sobre como o Universo evoluiu. O processo consiste em alimentar o modelo com detalhes sobre como o Universo era logo após o Big Bang, desenvolver um programa de computador com base nas principais teorias da cosmologia e, em seguida, deixá-lo rodar.
O Universo simulado pelo programa é geralmente muito aproximado do que os astrônomos realmente veem. A última simulação, porém, apresenta um Universo que é surpreendentemente semelhante ao real.
Um laptop normal levaria quase 2 mil anos para executar a simulação. No entanto, usando supercomputadores de ponta e um software inteligente chamado Arepo, os pesquisadores foram capazes de processar os números em três meses.
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Imagem mostra explosões que geraram planetas e estrelas, 4 bilhões de anos após o Big Bang (Foto: Illustris Collaboration/BBC)O universo real captado pelo telescópio Hubble,
à esquerda, e a imagem gerada pela simulação,
à direita (Foto: Illustris Collaboration/BBC)
 
Árvore cósmica
No início, a simulação mostra fios do misterioso material que os cosmólogos chamam de matéria escura se alastrando pelo vazio do espaço como os ramos de uma árvore cósmica. Com a passagem de milhões de anos, os aglomerados de matéria escura se concentram para formar as 'sementes' das primeiras galáxias.

Em seguida, surge a matéria não-escura, o material do qual, com o tempo, surgirão estrelas, planetas e vida.
Em diversas explosões cataclísmicas, a matéria é sugada para dentro de buracos negros e, em seguida, expelida: um período caótico de formação de estrelas e galáxias. A simulação, por fim, revela um Universo que é semelhante ao que vemos ao nosso redor.

Segundo Mark Vogelsberger, do Instituto de Tecnologia de Massachusetts (MIT), que liderou a pesquisa, as simulações comprovam muitas das teorias atuais de cosmologia. "Muitas das galáxias simuladas se assemelham bastante às galáxias do Universo real. Isso indica que nosso entendimento básico sobre como o Universo funciona deve estar correto e completo", disse ele.

A nova simulação em particular embasa a teoria de que a matéria escura é o 'andaime' em que o Universo visível está pendurado. "Se você não incluir a matéria escura (na simulação), o resultado não será parecido ao Universo real," disse Vogelsberger à BBC News.

A simulação é a primeira a mostrar a matéria visível surgindo da matéria escura. Ela também vai ajudar os cosmólogos a aprender mais sobre outra força misteriosa chamada energia escura, que está alimentando a aceleração contínua do Universo.

A Agência Espacial Europeia planeja lançar uma aeronave espacial chamada Euclid em 2020 para medir a aceleração do Universo. Simulações precisas vão ajudar nesse processo, afirma Joanna Dunkley, da Universidade de Oxford. "Para utilizar os dados coletados por Euclid, teremos que simular nossas expectativas sobre a energia escura e comparar com o que vemos", disse ela.

Já o cosmólogo Robin Catchpole, do Instituto de Astronomia de Cambridge, é mais cauteloso sobre as novas descobertas. Apesar de ter saudado a simulação como 'espetacular', ele disse que 'é preciso não se deixar levar por sua beleza visual pura'. Segundo ele, é possível produzir imagens 'que se parecem com as galáxias sem que elas tenham muito a ver com a física de como as galáxias surgiram'.


Do G1.globo.com

quarta-feira, 7 de maio de 2014

Ecco l'universo virtuale, con immagini mozzafiato

Il modello più completo dell'universo riproduce anche gli effetti della materia visibile su quella oscura (fonte: Illustris Collaboration)  
Il modello più completo dell'universo riproduce anche gli effetti della materia visibile su quella oscura (fonte: Illustris Collaboration)
 

Un universo virtuale, nel quale una straordinaria quantità di numeri e dati si trasforma in spettacolari immagini di galassie: il modello più completo dell'evoluzione dell'universo racconta con un'accuratezza senza precedenti la nascita delle galassie, avvenuta 12 milioni di anni dopo il Big Bang, e ne ricostruisce l'evoluzione attraverso 13 miliardi di anni. Descritto sulla rivista Nature, l'universo virtuale è il risultato della collaborazione coordinata dal Massachusetts Institute of Technology (Mit).

Il risultato è uno strumento senza precedenti per la cosmologia perchè non si limita, come facevano i modelli precedenti, a ricostruire a distanza la 'ragnatela cosmica' delle galassie: questo nuovo universo virtuale scende nei dettagli e permette di viaggiare attraverso le popolazioni di galassie ellittiche e a spirale, ne analizza la composizione in modo coerente con i dati finora pubblicati nella letteratura scientifica, ricostruisce la proporzione dei gas presenti nelle diverse epoche dell'universo.

''E' la descrizione più realistica delle proprietà delle galassie finora ottenuta'', osserva l'astrofisico Giuseppe Murante, dell'osservatorio di Trieste dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), commentando il risultato. Il modello, spiega l'esperto, ''è il frutto di una simulazione numerica, che integra al computer le equazioni che descrivono l'universo. La traduzione in immagini della simulazione numerica non è stata affatto banale: ''il video scientifico è stato prodotto mentre la simulazione andava avanti e il risultato è spettacolare'', commenta Murante.

E' uno strumento unico nelle mani dei cosmologi. Innanzitutto ''è una conferma ulteriore della validità delle attuali teorie cosmologiche'', osserva l'astrofisico. E' ''un modello realistico - aggiunge - non soltanto del comportamento della materia visibile (barionica) che si aggrega nel formare le galassie, ma permette di conoscere anche il modo in cui la materia visibile agisce su quella oscura, sei volte più numerosa''. In questo, conclude l'esperto ''conferma il risultato ottenuto in passato anche nell'osservatorio di Trieste''. C'è di più: il modello ''non è una semplice riproduzione dell'universo, ma prevede dove potrebbe trovarsi la materia che non vediamo''.


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terça-feira, 6 de maio de 2014

Pronta la mappa del campo magnetico della Via Lattea

L'impronta del campo magnetico della Via Lattea (fonte: ESA and the Planck Collaboration)  
L'impronta del campo magnetico della Via Lattea 
(fonte: ESA and the Planck Collaboration)
 
 
E' pronta la mappa del campo magnetico della Via Lattea. L'ha ottenuta il satellite europeo Planck, al quale l'Italia partecipa in modo importante, e aiuterà a capire che cosa è accaduto nei primi istanti dell'universo, subito dopo il Big Bang.

Pubblicato in quattro articoli sulla rivista Astronomy and Astrophysics e annunciato da Agenzia Spaziale Europea (Esa), Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e Agenzia Spaziale Italiana (Asi), il risultato è stato ottenuto osservando l'orientamento 'preferenziale' della luce emessa dalla polvere interstellare per effetto della polarizzazione. Questo accade, per esempio, quando la luce colpisce una superficie riflettente, come uno specchio o la superficie del mare. Nello spazio la luce emessa dalle stelle può essere polarizzata in modi diversi, che gli astronomi stanno ancora studiando.

Per questo il satellite Planck si è comportato come un gigantesco paio di occhiali da sole per osservare la Via Lattea senza alcun 'riflesso' ed ha potuto cogliere un'immagine suggestiva della polvere della Via Lattea, piegata in curve, vortici e archi per azione del campo magnetico. La luce diventa così una spia dell'esistenza di campi magnetici nel mezzo interstellare che la luce ha attraversato, e può aiutare a ricostruirne le proprietà.

Studiare il campo magnetico è importante anche perchè dietro di essi si nasconde il segnale primordiale della radiazione cosmica di fondo, ossia della luce più antica che ha brillato nell'universo,. Di conseguenza, misurare la polarizzazione di questa radiazione potrebbe fornire la prova dell'esistenza delle onde gravitazionali primordiali, quelle prodotte nell'Universo immediatamente dopo il Big Bang.

Per Enrico Flamini, responsabile scientifico dell'Asi, il risultato di Planck è ''l'analisi dati raggiunge il suo apice e molto ancora ci aspettiamo nei prossimi mesi''. Per Reno Mandolesi, responsabile dello strumento Lfi di Planck e associato dell'Inaf, ''non esistono a oggi mappe così precise della polarizzazione della polvere nella nostra galassia''.


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segunda-feira, 5 de maio de 2014

Il 'pianeta degli anelli' conquista il cielo di maggio

Saturno protagonista insieme alla cometa più attesa del 2014


Saturno, protagonista del cielo di maggio (fonte: Samuele Gasparini di Castelfiorentino (Fi) ; www.astrobook.it) 
 Saturno, protagonista del cielo di maggio
(fonte: Samuele Gasparini di Castelfiorentino (Fi) ; www.astrobook.it)
 
Occhi puntati su Saturno, il 'pianeta degli anelli': sarà lui, il 'più bello' del Sistema solare, a catalizzare gli sguardi degli appassionati astrofili nel mese di maggio. Sabato 10 darà grande spettacolo raggiungendo la minima distanza dalla Terra durante l'opposizione, come rilevano gli esperti dell'Unione astrofili italiani (Uai).

''Il pianeta sarà osservabile per tutta la notte, alla massima luminosità e alla minima distanza dalla Terra (circa 1,33 miliardi di chilometri) per l'anno in corso'', spiega la Uai. Con l'ausilio di un piccolo telescopio sarà possibile osservare persino gli anelli che lo abbracciano: basterà puntare lo strumento verso sud-est al calare dell'oscurità, spostandolo poi verso sud nelle ore centrali della notte e verso sud-ovest prima dell'alba.

Per i fan più accaniti di Saturno, lo spettacolo si rinnoverà nelle prime ore della notte del 14 maggio con la congiunzione tra il pianeta e la Luna: ''osservando in direzione sud-est - affermano gli esperti Uai - si potrà notare il pianeta Saturno che sorge poco prima della Luna piena. I due astri si troveranno nella costellazione della Bilancia''.

Anche le altre notti del mese saranno degnamente illuminate da eventi celesti altrettanto interessanti. Si comincia il 2 e 3 maggio con la pioggia delle alfa Scorpidi, stelle cadenti particolarmente brillanti e colorate. Il 5 e 6 maggio sarà il momento clou per le famose meteore di maggio eta Aquaridi, legate ad antichi residui della cometa Halley: l'osservazione sarà favorita soprattutto nelle Regioni del Sud Italia. Tra il 9 e il 10 maggio, invece, sarà il turno delle eta Liridi, le meteore generate dalla cometa 1983 VII Iras-Araki-Alcock. ''In questi ultimi anni si sono mostrate abbastanza attive e non si esclude che prima o poi, data la tipologia a lungo periodo della cometa madre, possano produrre uno dei caratteristici exploit di meteore'', spiegano gli astrofili della Uai.

Cresce infine l'attesa per la cometa dell'anno, C/2012 K1 PanSTARRS. ''Seppure ancora molto lontana dai giorni che dovrebbero portarla al massimo splendore e forse a raggiungere la soglia della visibilità ad occhio nudo - commenta la Uai - è comunque già da adesso l'oggetto più seguito della sua categoria. Nel mese di maggio continuerà il suo viaggio ben alta in cielo, dapprima tra le stelle dei Cani da Caccia e poi dell'Orsa Maggiore''. In particolare, ''dal 16 al 23 maggio la cometa attraverserà un campo ricco di galassie relativamente luminose, sfiorando letteralmente il giorno 20 la più luminosa di queste, nota come NGC 3726''.

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La più grande luna del Sistema Solare è un 'sandwich'


Ganimede, la più grande luna di Giove e del Sistema Solare, nasconde strati di oceani e ghiacci 
 Ganimede, la più grande luna di Giove e del Sistema Solare, nasconde strati di oceani e ghiacci

Ganimede, la più grande luna di Giove e dell'intero Sistema Solare, nasconderebbe al suo interno un 'sandwich' di strati alternati di oceani e ghiacci. Lo ha scoperto la ricerca internazionale pubblicata sulla rivista Planetary and Space Science e coordinata da Steve Vance, del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa. Il risultato suggerisce l'ipotesi che Ganimede potrebbe ospitare la vita.

Il modello messo a punto dai ricercatori potrebbe aiutare a studiare la possibile esistenza di forme di vita su pianeti esterni al Sistema Solare, ma soprattutto a comprendere meglio le caratteristiche delle altre quattro lune del nostro Sistema Solare che nascondono oceani: le due più grandi lune di Saturno, Titano ed Encelado, e le lune di Giove Europa e Callisto.

Nella ricostruzione della struttura interne di Ganimede fatta in laboratorio, i ricercatori hanno individuato più oceani racchiusi fra strati di ghiaccio. Hanno inoltre scoperto che il fondale dell'oceano più interno potrebbe non essere affatto composto di ghiaccio, come si credeva finora, ma di un'acqua salata molto densa a causa delle altissime pressioni, così densa da precipitare sul fondo e da essere scambiata per ghiaccio. Il fondale vero e proprio potrebbe invece essere roccioso, e di conseguenza capace di scatenare reazioni chimiche importanti per la formazione delle molecole alla base della vita.

I ricercatori spiegano inoltre la struttura a sandwich dell'interno di Ganimede con il fatto che le particolari condizioni presenti nel cuore di questa luna possano causare nevicate 'al contrario', ossia dal basso verso l'alto: a mano a mano che il ghiaccio viene spinto dal fondo verso l'esterno, la ridotta pressione ne modifica la struttura, dopodichè il ghiaccio torna a depositarsi ad una quota diversa, dando origine ai diversi strati.
L'interno di Ganimede sarebbe quindi composto da più strati di ghiaccio dalla struttura diversa e ordinati in modo che il più pesante sia il più interno, mentre il più leggero è il più esterno.


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L'astronauta Nespoli diventerà un 'acquanauta'

n fondo all'Atlantico simulerà la cattura degli asteroidi

05 maggio, 09:58
Il laboratorio Aquarius, a 15 metri di profondtà nell'Atlantico (fonte: NASA)  
Il laboratorio Aquarius, a 15 metri di profondtà nell'Atlantico (fonte: NASA)
 
 
Passeggiate spaziali intorno a un asteroide e occhiali simili ai Google glass per sostituire gli ingombranti manuali per gestire esperimenti e operazioni nelle missioni spaziali: l'astronauta Paolo Nespoli e' pronto ad affrontare la sua nuova avventura. Questa volta non lo porterà fra le stelle, ma a 15 metri di profondità nell'oceano Atlantico, a quasi sei chilometri al largo della Florida.

Qui si trova l'unico laboratorio di ricerca sottomarino esistente al mondo, Aquarius, di proprietà dell'Agenzia americana per l'atmosfera e gli oceani (Noaa) e gestito dall'universita' del North Carolina, il laboratorio e' utilizzato dalla Nasa nell'ambito del programma Neemo (Nasa Extreme Environment Mission Operations). ''E' l'ambiente più simile allo spazio esistente sulla Terra'', ha detto l'astronauta dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa).

''Li' - ha proseguito Nespoli riferendosi ad Aquarius -vivi come se fossi nello spazio, confinato e isolato''. Le missioni che lo aspettano sono previste in luglio e in settembre, con il coordinamento dell'Esa e dureranno circa due settimane. ''In luglio sono previsti soprattutto esperimenti di scienze della vita, il cui obiettivo è soprattutto misurare il livello di stress e gli effetti dell'isolamento''.

In programma anche test di strumenti completamente nuovi per gli astronauti: ''proveremo occhiali a realtà aumentata simili ai Google glass, per visionare le procedure relative agli esperimenti e alle altre operazioni a bordo della Stazione Spaziale''. Si sperimenteranno anche nuove tute per le passeggiate spaziali e strumenti di nuova generazione.

''Per me - ha detto l'astronauta - affrontare queste missioni è una possibilità per dare indietro tutto quello che ho imparato finora''. Dalle profondità dell'Atlantico si prepara il futuro dell'esplorazione spaziale anche per quanto riguarda gli obiettivi: ''ogni giorno - ha detto Nespoli - sono in programma due simulazioni di passeggiate spaziali, alcune delle quali prevedono anche l'uso di un veicolo che simula una navetta spaziale per raggiungere una struttura che simula un asteroide''. Una futura missione su un asteroide è fra le possibilità considerate recentemente dalle agenzie spaziali di più Paesi, prima fra tutte la Nasa.


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