sexta-feira, 1 de março de 2013

Osservata in 'diretta' la nascita di un pianeta



 
Rappresentazione artistica di un pianeta gigante in formazione (fonte: ESO/L. Calçada)  
Rappresentazione artistica di un pianeta gigante in formazione (fonte: ESO/L. Calçada)
 


Due comete signore del cielo di marzo

Nel 2007 la cometa McNaught era bassa sull'orizzonte come potrebbe apparire quest'anno la Panstarrs (fonte: Marco Menier, http://meniero.it)  
Nel 2007 la cometa McNaught era bassa sull'orizzonte come potrebbe apparire quest'anno la Panstarrs (fonte: Marco Menier, http://meniero.it)
 
Le signore del cielo di marzo saranno le comete: ben due solcheranno i cieli questo mese: la Panstarrs e la C/2012 T5 Bressi. Un appuntamento da non perdere per gli appassionati è quello della notte fra il 9 e il 10 marzo con la Maratona Messier: la grande maratona a caccia dei 110 oggetti del catalogo realizzato nel XVIII secolo dall'astronomo francese Charles Messier.

Se il passaggio vicino al Sole non la indebolirà, la protagonista assoluta dei cieli di marzo sarà Panstarrs, che farà capolino probabilmente qualche giorno dopo il suo passaggio al perielio, ossia alla minima distanza dal Sole, previsto il 10 marzo. Quando raggiungerà il perielio, spiega l'Unione Astrofili Italiani (Uai), la cometa sarà distante 45 milioni di chilometri dal Sole e 165 milioni di chilometri dalla Terra, sarà alta una decina di gradi sull'orizzonte al momento del tramonto del Sole e brillerà al massimo delle sue potenzialità. Le stime più recenti indicano che l’oggetto non raggiungerà la luminosità auspicata, se sarà così la cometa non sarà visibile a occhio nudo, ma solo con l’aiuto di un binocolo. Se, al contrario il passaggio vicino al Sole non la indebolirà, la sua chioma sarà percepibile facilmente a occhio nudo, anche se immersa nelle luci del tramonto ancora intense.

Contemporaneamente alla Panstarrs, ma con un ruolo di 'comprimaria', il 10 marzo si affaccerà nel cielo anche la cometa C/2012 T5 Bressi. Sarà molto bassa sull'orizzonte ad Est e forse ancora al di sotto della decima magnitudine, quindi non visibile ad occhio nudo. La sua altezza nel cielo andrà rapidamente aumentando, anche se la sua luminosità si ridurrà altrettanto rapidamente.

Il cielo di marzo offre inoltre numerosi ‘duetti’ fra la Luna ed alcuni pianeti. Si comincia intorno alla mezzanotte tra il primo e il 2 marzo con la Luna calante che sorge insieme a Saturno. I due corpi celesti saranno osservabili per tutta la seconda parte della notte. Luna e Saturno si 'avvicineranno' tra loro anche la notte del 29 marzo.

Anche se Marte è ormai praticamente inosservabile, confuso tra le luci del crepuscolo serale, in condizioni di cielo limpido e con l'orizzonte libero da ostacoli, appena dopo il tramonto sarà ancora possibile ammirare la sottilissima falce di Luna e tentare di individuare per un’ultima volta il pianeta rosso che si accinge a tramontare.

Da non perdere, la sera del 17, una suggestiva concentrazione di astri luminosi: la Luna crescente e Giove compresi tra la stella Aldebaran e l’ammasso stellare delle Pleiadi.

A fare da sfondo vi sono le grandi costellazioni invernali: nelle prime ore della notte, nel cielo orientale, fanno la loro apparizione le grandi costellazioni zodiacali del Leone e della Vergine. Percorrendo lo zodiaco vi è poi la piccola e debole costellazione del Cancro a separare i Gemelli dal Leone. Sempre inconfondibile Orione, con le tre stelle allineate della cintura, Alnitak, Alnilam e Mintaka, e i luminosi astri Betelgeuse e Rigel. A sinistra in basso rispetto ad Orione, risplende Sirio, la stella più luminosa. Domina il cielo anche l'Orsa Maggiore mentre a Nord-Ovest si può rintracciare Cassiopea, con la sua caratteristica forma a 'W'.

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quinta-feira, 28 de fevereiro de 2013

Velocidade de rotação de buraco negro gigante é medida pela 1ª vez


 
Do G1, em São Paulo

Um time internacional de cientistas mediu pela primeira vez a velocidade de rotação de um buraco negro supermassivo, no meio da galáxia NGC 1365, localizada na constelação da Fornalha, a 56 milhões de anos-luz da Terra. Os resultados do estudo aparecem nesta quarta-feira (27) na edição online da revista "Nature".

A descoberta foi feita por dois telescópios de raios X: o NuSTAR, lançado no ano passado pela agência espacial americana (Nasa), e o XMM-Newton, da Agência Espacial Europeia (ESA). Segundo os autores, a pesquisa pode ajudar a compreender como as galáxias e os buracos negros no centro delas evoluíram.

Medições anteriores não haviam chegado a uma conclusão exata porque nuvens escuras ao redor dos buracos confundiram os astrônomos. As novas observações, porém, foram mais precisas e mostraram que as taxas de rotação desses locais podem ser determinadas de forma objetiva.

Buraco negro (Foto: Guido Risaliti/Centro de Astrofísica Harvard-Smithsonian) 
Imagem do buraco negro no centro da galáxia NGC 1365 é resultado dos registros de dois telescópios,que apresentaram a melhor visão do local feita até hoje. (Foto: Guido Risaliti/Centro Harvard-Smithsonian)
 
A equipe analisou os raios X emitidos pelo gás quente contido em um disco do buraco negro situado fora do "horizonte de eventos", fronteira em volta dele para além da qual nada escapa, nem a luz. Tudo o que passa por ali acaba sendo sugado.

O buraco negro estudado tem dois milhões de vezes a massa do nosso Sol e gira a uma taxa próxima ao máximo permitido pela Teoria da Relatividade, proposta no século 20 pelo físico alemão Albert Einstein. Segundo a teoria, a força da gravidade pode curvar a luz e o sistema espaço-tempo. Na atual pesquisa, os dois telescópios detectaram esses efeitos de distorção causados pelo buraco negro.

Segundo Fiona Harrison, professora de física e astronomia do Instituto de Tecnologia da Califórnia (Caltech) e principal investigadora do NuSTAR, é possível rastrear a matéria que gira em torno dos buracos negros a partir dos raios X emitidos de regiões muito próximas a eles. Isso porque a radiação vista é deformada pelos movimentos das partículas e pela enorme gravidade dos buracos.

Buraco negro (Foto: Nasa/JPL-Caltech ) 
Concepção artística ilustra buraco negro supermassivo com até bilhões de vezes a massa do nosso Sol. Essas regiões enormes e densas se concentram no coração das galáxias (Foto: Nasa/JPL-Caltech )
 
O principal autor do trabalho, Guido Risaliti, do Centro de Astrofísica Harvard-Smithsonian, em Cambridge, e do Instituto Nacional de Astrofísica da Itália, explica que esses "monstros" – com massa de milhões ou bilhões de vezes a do Sol – são formados por pequenas "sementes" do início do Universo e crescem engolindo estrelas e gás de suas galáxias hospedeiras ou se fundindo com outros buracos negros gigantes quando duas galáxias colidem.

De acordo com o astrofísico Bill Craig, que atua no Laboratório Nacional Lawrence Livermore, da Caltech, os buracos negros têm uma forte ligação com sua galáxia hospedeira, e medir a rotação deles – uma das poucas coisas mensuráveis nessas regiões – pode dar pistas para compreender essa relação fundamental.

 

quarta-feira, 27 de fevereiro de 2013

Uno spirografo cosmico

Le curve ottenute dai movimenti del pulsar vela visti dal telescopio Fermi (fonte: NASA) 
Le curve ottenute dai movimenti del pulsar vela visti dal telescopio Fermi (fonte: NASA) 
 

Le curve cosmiche disegnate da una stella che ruota rapidamente su stessa sono state riprese dal telescopio spaziale Fermi, come da uno spirografo. Autore delle riprese spettacolari e' lo strumento Lat (Large Area Telescope), il principale ''occhio'' del telescopio realizzato dalla Nasa in collaborazione con l'Italia attraverso Agenzia Spaziale Italiana (Asi), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf).

Lanciato nel giugno 2008, il telescopio Fermi e' lo strumento piu' potente che abbia mai esplorato su larga scala le grandi esplosioni dell'universo, invisibili all'occhio umano in quanto emettono raggi gamma, la piu' potente forma di energia nello spettro elettromagnetico. Nel mirino di Fermi ci sono quindi oggetti cosmici bizzarri come giganteschi buchi neri, resti di suoernovae e pulsar. Queste ultime sono stelle di neutroni che ruotano su se stesse con un ritmo incredibile, fino a centinaia di volte al secondo, e con la stessa densita' che avrebbe un cucchiaio di materia pesante come una montagna.

Delle pulsar sorvegliate da Fermi, quella chiamata Vela e' sicuramente la piu' interessante: ruota 11 volte al secondo ed e' la sorgente di raggi gamma piu' persistente mai osservata dal telescopio spaziale. Vela e' un oggetto cosi' singolare da essere diventata la protagonista di un video ottenuto da uno dei ricercatori che lavorano sullo strumento Lat, il fisico Eric Charles, dell'universita' californiana di Stanford. Il video, che ha l'effetto di uno spirografo cosmico, si basa sulle osservazioni di Vela fatte con il Lat nell'arco dei 51 mesi della missione di Fermi, dal momento in cui ha prodotto i primi dati (agosto 2008) al novembre 2012.

Le forme bellissime e complesse presentate nel video ''sono tutt'altro che un gioco'', ha osservato coordinatore del gruppo Infn nel progetto Fermi, Ronaldo Bellazzini. Bisogna considerare che il telescopio Fermi ruota attorno alla Terra abbracciando un vastissimo campo visivo, nel quale e' costretto a cambiare continuamente punto di vista per ogni oggetto osservato. ''Per questo - osserva - tutte le misure rilevate dal telescopio vanno continuamente corrette''. Le curve numerose e sofisticate disegnate nel video danno un'idea di questa complessita''.

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sexta-feira, 22 de fevereiro de 2013

Nasa divulga imagem colorida do planeta Mercúrio

Do G1, em São Paulo
A agência espacial americana (Nasa) divulgou uma imagem colorida do planeta Mercúrio, nesta quinta-feira (21). A fotografia foi realizada pela sonda Messenger, que está na órbita do planeta mais próximo ao Sol desde março de 2011.

As cores não reproduzem exatamente como o planeta seria visto por olhos humanos, mas ressaltam as diferenças entre os minerais, as crateras, o relevo e a composição química encontrada em Mercúrio.

Imagem colorida do planeta Mercúrio divulgada pela Nasa (Foto: Nasa/AFP) 
Imagem colorida do planeta Mercúrio divulgada pela Nasa (Foto: Nasa/AFP)
 
Áreas marcadas em azul escuro indicam um fenômeno geológico na crosta do planeta que é rico em um mineral escuro e opaco. Já as regiões da cor marrom indicam planícies formadas pela erupção de lava.

A sonda Messenger foi a primeira nave a realizar o feito de acompanhar a órbita de Mercúrio. Desde então, ela já enviou mais de 88 mil imagens para a agência espacial.

Simulati gli impatti che hanno generato i crateri di Vesta

Rappresentazione artistica della collisione che ha generato il cratere gigante Rheasilvia, nel polo Sud di Vesta (fonte: Martin Jutzi)  
Rappresentazione artistica della collisione che ha generato il cratere gigante Rheasilvia, nel polo Sud di Vesta (fonte: Martin Jutzi)
 
Sono stati simulati al computer i giganteschi impatti che hanno formato i crateri nel polo Sud dell'asteroide Vesta. La simulazione, che si è guadagnata la copertina di Nature, si deve a un gruppo di ricerca coordinato da Martin Jutzi, dell'università svizzera di Berna, e offre indizi sulla struttura interna di questo asteroide.

Secondo asteroide più grande della fascia compresa fra Marte e Giove, Vesta sembra essere un embrione di pianeta intatto, con una composizione simile a quella di alcune meteoriti. Secondo la simulazione la sua superficie è costellata da ampie zone ricche di minerali tipici delle rocce magmatiche, come l'olivina; la crosta inoltre sarebbe spessa circa 100 chilometri e ricca di frammenti di meteoriti chiamati diogeniti.

I ricercatori hanno fatto una simulazione in 3D degli impatti che hanno dato origine a due crateri sovrapposti nell'emisfero meridionale, scoperti dalla sonda americana Dawn che sta osservando l'asteroide da vicino. I due bacini si chiamano Veneneia e Rheasilvia. Quest'ultimo è il più giovane e la simulazione ha riprodotto fedelmente la forma e caratteristiche di entrambi. Per simulare la formazione di Veneneia, i ricercatori hanno immaginato l'impatto di un 'proiettile cosmico', del diametro di 64 chilometri, che abbia impattato l'asteroide circa 2 miliardi di anni fa.

Sul bacino nato dalla catastrofica collisione, un miliardo di anni più tardi si sarebbe abbattuto un altro 'proiettile cosmico' del diametro di 66 chilometri ed entrambe le collisioni avrebbero provocato l'espulsione dei materiali che si trovavano nella crosta dell'asteroide, ad una profondità compresa fra 60 e 100 chilometri.


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quarta-feira, 20 de fevereiro de 2013

20/02/2013 15h03 - Atual Pesquisa identifica menor planeta já encontrado fora do Sistema Solar

Exoplaneta Kepler 37-b é rochoso e não tem atmosfera nem água.
Tamanho do planeta é semelhante ao da nossa Lua.

Do G1, em São Paulo

Concepção artística do planeta Kepler 37-b (Foto: NASA/Ames/JPL-Caltech) 
Concepção artística do planeta Kepler 37-b (Foto: NASA/Ames/JPL-Caltech)
 
Cientistas divulgaram nesta quarta-feira (20) a descoberta do menor planeta já identificado fora do nosso Sistema Solar. Os dados obtidos até o momento indicam que o planeta seria rochoso, sem água nem atmosfera, com um ambiente semelhante ao de Mercúrio.

O Kepler 37-b tem um tamanho semelhante ao da Lua – é menor, portanto, que todos os planetas do Sistema Solar. As conclusões sobre a superfície rochosa do planeta vêm do modo como ele irradia a luz.
O telescópio espacial Kepler foi lançado em 2009 com o objetivo de procurar planetas fora do Sistema Solar – são os chamados exoplanetas.

Um dos objetivos do telescópio é encontrar planetas que tenham características semelhantes às da Terra, tanto em relação ao tamanho, quanto à composição da superfície e à distância de seu sol. Não é o caso de Kepler 37-b, mas identificar um exoplaneta tão pequeno a anos-luz de distância confirma que é possível encontrar vários tipos de planeta fora do Sistema Solar.

A atual descoberta foi conduzida por uma equipe internacional de cientistas, liderada por Thomas Barclay, da Nasa, e o trabalho foi publicado na edição online da revista “Nature”.

Sonda da Nasa vê manchas pretas se formando na superfície do Sol em 48h



Do G1, em São Paulo

A sonda da agência espacial americana (Nasa) Solar Dynamics Observatory (SDO), que estuda desde 2010 fenômenos (como erupções) do Sol capazes de interferir na Terra, identificou manchas escuras gigantes que se formaram sobre a nossa principal estrela nas últimas 48 horas.

Esses eventos na superfície (ou coroa) solar já são conhecidos pelos cientistas, e ocorrem porque os campos magnéticos do astro se reorganizam e alinham.

Manchas solares são vistas no Sol nas últimas 48h (Foto: Nasa’s Goddard Space Flight Center) 
Manchas solares têm configuração que favorece erupção solar
 (Foto: Nasa’s Goddard Space Flight Center)
 
Os pontos pretos são parte de um mesmo sistema e têm um diâmetro equivalente a mais de seis Terras – tamanho que pode ser ainda maior, já que o Sol é uma esfera, e não um disco plano, o que dificulta estabelecer a dimensão exata.

A imagem acima combina dois instrumentos do SDO, um que tira fotos em luz visível e outro com um comprimento de onda que capta a baixa atmosfera do Sol, mostrada em vermelho.

Segundo os astrônomos, as manchas evoluíram rapidamente para o que se chama de "região delta", na qual as áreas mais claras delas apresentam campos magnéticos que apontam na direção contrária dos campos do centro. Essa configuração bastante instável pode levar a erupções de radiação no Sol, capazes de formar auroras boreais na Terra e prejudicar sinais de comunicação.

Telescópio faz imagem de 'berçário' de estrelas a 8 mil anos-luz da Terra

Nebulosa da Lagosta ou NGC 6357 fica na constelação do Escorpião.
Instrumento europeu estuda estrutura, origem e vida inicial da Via Láctea.

Do G1, em São Paulo
Um telescópio do Observatório Europeu do Sul (ESO, na sigla em inglês), que mapeia a Via Láctea, captou uma nova imagem da Nebulosa da Lagosta, uma "maternidade" de estrelas localizada a 8 mil anos-luz da Terra, na Constelação do Escorpião.

Imagem da Nebulosa da Lagosta obtida pelo telescópio Vista do ESO (Foto: ESO/VVV Survey/D. Minniti/Ignacio Toledo) 
Nova foto da Nebulosa da Lagosta feita pelo telescópio Vista 
(Foto: ESO/VVV Survey/D. Minniti/Ignacio Toledo)
 
O registro do instrumento Vista, situado no Observatório de Paranal, no norte do Chile, foi obtido por meio de raios infravermelhos e mostra nuvens brilhantes de gás e filamentos de poeira escura em volta de astros quentes e jovens. Esses aglomerados são onde nascem as estrelas, incluindo aquelas de grande massa, que brilham em tons azuis-esbranquiçados em luz visível.

Parte da constelação do Escorpião centrada na NGC 6357, que tem o aglomerado estelar Pismis 24 em seu centro (Foto: Davide De Martin (ESA/Hubble), the ESA/ESO/NASA Photoshop FITS Liberator & Digitized Sky Survey 2) 
Parte da constelação do Escorpião centrada na NGC 6357, que tem o aglomerado Pismis 24 em seu centro (Foto: Davide De Martin (ESA/Hubble), ESA/ESO/NASA Photoshop FITS Liberator & Digitized Sky Survey 2)
 
Além de obter uma nova imagem da Nebulosa da Lagosta, também chamada de Nebulosa Guerra e Paz ou NGC 6357, esse telescópio terrestre observa toda a região central da nossa galáxia, para determinar sua estrutura, origem e vida inicial.

O novo retrato feito pelo Vista revela detalhes diferentes dos identificados por um telescópio dinamarquês em La Silla, também no Chile, que flagrou o objeto apenas em luz visível, com muita interferência da poeira cósmica em volta dele.

Imagem em luz visível foi obtida por telescópio dinamarquês em La Silla (Foto: ESO/IDA/Danish 1.5 m/ R. Gendler, U.G. Jørgensen, J. Skottfelt, K. Harpsøe) 
Imagem em luz visível da Nebulosa da Lagosta foi obtida anteriormente por um telescópio dinamarquês localizado em La Silla (Foto: ESO/IDA/Danish 1.5 m/ R. Gendler, U.G. Jørgensen, J. Skottfelt, K. Harpsøe)
 
Partes da NGC 6357 também já foram registradas em luz visível pelo telescópio Hubble, da agência espacial americana Nasa, e pelo Very Large Telescope (VLT) do ESO.

Registro da NGC 6357 feito pelo telescópio Hubble (Foto: NASA, ESA and Jesús Maíz Apellániz (Instituto de Astrofísica de Andalucía, Spain)/Davide De Martin (ESA/Hubble)) 
Registro da NGC 6357 feito pelo Telescópio Espacial Hubble, da Nasa, e divulgado em 2006 (Foto: Nasa, ESA and Jesús Maíz Apellániz (Instituto de Astrofísica de Andalucía, Spain)/Davide De Martin (ESA/Hubble))
 
Uma das estrelas jovens que habitam essa nebulosa é a Pismis 24-1, que já foi considerada o maior astro conhecido – até os astrônomos descobrirem que ela se trata, na verdade, de pelo menos três estrelas enormes, cada uma com massa de até 100 sóis.

O Very Large Telescope do ESO (VLT) obteve a imagem mais detalhada até hoje de uma região espetacular da maternidade estelar chamada NGC 6357 (Foto: ESO/Divulgação) 
O Very Large Telescope (VLT) do ESO obteve a imagem mais detalhada até hoje da NGC 6357 (Foto: ESO)
 
 
 
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Gli ultimi istanti della vita di una stella

Rappresentazione artistica di una collisione fra due gusci di una stella e della successiva esplosione, con emissione di materiali (fonte: Ke-Jung Chen, School of Physics and Astronomy, Univ. Minnesota)  
Rappresentazione artistica di una collisione fra due gusci di una stella e della successiva esplosione, con emissione di materiali (fonte: Ke-Jung Chen, School of Physics and Astronomy, Univ. Minnesota)
 
Per la prima volta sono stati osservati in diretta gli ultimi istanti della vita di una stella: prima di esplodere come una supernova, l'astro è 'dimagrito' in modo estremo, scagliando nello spazio parte dei gusci di gas che lo avvolgevano. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, si deve a un gruppo coordinato dall'israeliano Eran Ofek, dell'istituto di Scienze Weizmann.

Grazie all'osservatorio californiano Palomar, i ricercatori sono riusciti a catturare gli eventi che hanno preceduto il destino finale di una stella molto grande, 50 volte la massa del Sole, poco più di un mese prima che l'astro esplodesse. La natura di questo evento precursore, secondo gli esperti, è potenzialmente in grado di fornire indizi sull'esplosione delle supernovae e anche di come si è evoluta la stella che l'ha generata.

Le osservazioni rivelano che prima dell'esplosione finale la stella, distante 500 milioni di anni luce dalla Terra e chiamata SN 2010mc, ha perso una notevole quantità della sua massa. Circa 40 giorni prima dell'esplosione la stella ha scagliato nello spazio materiali pari a 1% della massa del Sole, alla velocità di circa 2.000 chilometri al secondo.

Lo stretto intervallo di tempo fra la perdita di massa e l'esplosione della supernova suggerisce una connessione di causa fra i due eventi. La scoperta supporta modelli e osservazioni di supernove di tipo II secondo i quali stelle massive subiscono perdite notevoli di massa, poco prima di esplodere come supernove.

Secondo Eliot Quataert e Joshua Shiode, dell'università della California a Berkeley, durante le ultime fasi di evoluzione di una stella massiva, le oscillazioni che avvengono al suo interno portano a generare una enorme quantità di energia, spingendo la stella ad espellere alcuni dei suoi strati esterni. Ma, rileva Shiode, se una pre-esplosione di questo tipo segni il destino della stella avviandola verso l'esplosione come supernova o se essa è un requisito per l'esplosione deve essere ulteriormente indagato.


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terça-feira, 19 de fevereiro de 2013

Le immagini dell'asteroide 2012 DA14

Il passaggio dell'asteroide 2012 DA14 fotografato da Gianluca Masi, del Virtual Telescope (fonte: Gianluca Masi, Viirtual Telescope)     
 Il passaggio dell'asteroide 2012 DA14 fotografato da Gianluca Masi, del Virtual Telescope (fonte: Gianluca Masi, Viirtual Telescope)
Arrivano immagini e video dell'asteroide 2012 DA14, l'oggetto piu' grande recentemente passato ad una distanza ravvicinata con la Terra: la sera del 15 febbraio ha salutato il pianeta passando alla distanza di soli 27.700 chilometri.

Il Virtual Telescope, che ha seguito le prime fasi del passaggio in diretta streaming con il canale Scienza e Tecnica dell'Ansa, con il commento dell'astrofisico Gianluca Masi, è riuscito a catturare bellissime immagini nonostante il cielo nuvoloso. Sono bellissime sequenze ''strappate alle nubi, mentre l'asteroide era appena oltre la minima distanza, nel corso della diretta su Ansa'', osserva lo stesso Masi.''Il nostro sistema robotico, accuratamente predisposto, ha puntato l'asteroide e da subito inseguito mentre era già tra ne nubi. Appena il cielo si è aperto, il corpo era già al centro del campo e perfettamente inseguito''.

Numerose anche le associazioni di appassionati del cielo, con delegazioni territoriali dell'Unione Astrofili Italiani (Uai), che hanno organizzato in tutta Italia sessioni di osservazione pubblica e di studio dell'evento astronomico. Il Team Ricerca dell'Associazione Tuscolana di Astronomia (Ata), ad esempio, ha ripreso il transito dell'asteroide dal proprio osservatorio vicino Roma, a Rocca di Papa. Bellissime anche le immagini catturate dal Circolo Astrofili Talmassons (Cast) 


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'Cervelli' di silicio per satelliti piu' intelligenti

I sei wafer di silicio prodotti assemblando diversi chip (fonte: Esa - Agustin Fernandez Leon)  
I sei wafer di silicio prodotti assemblando diversi chip (fonte: Esa - Agustin Fernandez Leon)
 
   Satelliti sempre piu' intelligenti grazie ai sei 'cervelli' di silicio realizzati dall'Agenzia spaziale europea (Esa) assemblando chip diversi prodotti negli anni passati da differenti aziende europee. Grazie a questa operazione low-cost e' stato possibile produrre sei elementi elettronici del valore complessivo di 6 milioni di euro risparmiando tempo e costi di produzione.

I 'dischi' di silicio, che in elettronica vengono definiti wafer perche' formati dalla sovrapposizione di piu' strati, sono composti da 14 tipi di chip sviluppati negli ultimi otto anni da varie compagnie europee per diversi progetti Esa grazie al supporto economico e tecnico della stessa agenzia spaziale. Si tratta dei piu' piccoli 'mattoni' su cui si basano le missioni spaziali: ogni chip e' dotato di un particolare disegno per eseguire un compito ben preciso, dalla decodifica dei segnali lanciati dalla Terra ai satelliti fino al controllo di interi veicoli spaziali.

 Insieme vanno a formare i sei wafer, ognuno dei quai ha un diametro di 20 centimetri e contiene da 30 a 80 copie di ogni chip: ciascuno di questi ultimi  ha fino a 10 milioni di transistor o interruttori di circuito. Una volta impacchettati all'interno di involucri protettivi, i wafer saranno collegati ad altri componenti dei satelliti, come sensori e attuatori.

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